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  <title>ArcAdiA</title>
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  <updated>2013-05-19T14:10:08Z</updated>
  <dc:date>2013-05-19T14:10:08Z</dc:date>
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    <title>La cooperazione internazionale allo sviluppo e il ruolo dell'Italia : premesse storiche e primo decennio (1960 - 1970)</title>
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    <author>
      <name>Rusca, Maria</name>
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    <id>http://hdl.handle.net/2307/454</id>
    <updated>2011-06-17T00:01:24Z</updated>
    <published>2009-07-01T22:00:00Z</published>
    <summary type="text">&lt;Title&gt;La cooperazione internazionale allo sviluppo e il ruolo dell'Italia : premesse storiche e primo decennio (1960 - 1970)&lt;/Title&gt;
&lt;Authors&gt;Rusca, Maria&lt;/Authors&gt;
&lt;Issue Date&gt;2009-07-02&lt;/Issue Date&gt;
&lt;Abstract&gt;Questa ricerca si propone di ricostruire le origini storiche delle politiche di cooperazione&#xD;
internazionale allo sviluppo e il ruolo assunto dall'Italia dagli anni in cui furono adottati i primi&#xD;
programmi di aiuti allo sviluppo alla fase della sua affermazione,  con il primo Decennio per lo&#xD;
sviluppo,  inaugurato nel 1960.&#xD;
In linea con gli obiettivi presentati,  il primo capitolo è stato dedicato all'individuazione dei fattori&#xD;
che costituirono le premesse storiche della nascita della cooperazione allo sviluppo e,  in particolare, &#xD;
all'analisi dei mutamenti internazionali avvenuti a seguito del secondo conflitto mondiale,  che&#xD;
crearono un terreno fertile per la nascita delle politiche di cooperazione internazionale allo&#xD;
sviluppo. Da un lato si è guardato all'influenza che la guerra fredda e,  quindi,  le relazioni tra est e&#xD;
ovest ebbero sulla nascita degli aiuti allo sviluppo; dall'altro è stato ricercato il ruolo che il processo&#xD;
di decolonizzazione e,  quindi,  le relazioni tra nord e sud ebbero non solo sulle potenze europee e&#xD;
sugli Stati Uniti,  che ne temevano le conseguenze,  ma anche sui paesi arretrati,  i quali presero&#xD;
coscienza del loro peso e potere contrattuale,  divenendo un importante ago della bilancia nel nuovo&#xD;
sistema internazionale. E' stato,  infine,  analizzato l'inserimento e il ruolo svolto dall'Italia negli&#xD;
anni Cinquanta. L'Italia del secondo dopoguerra fu,  infatti,  portata a ritenersi un paese beneficiario&#xD;
di aiuti più che donatore,  tanto che pur auspicando una presenza attiva nei PVS,  questa è rimasta a&#xD;
lungo solo sulla carta. In questo capitolo si è,  quindi,  cercato di individuare e ricostruire il momento&#xD;
del difficile passaggio dell'Italia da paese beneficiario degli aiuti internazionali a paese donatore, &#xD;
capace,  seppure con evidenti limiti,  di realizzare concretamente una politica di sostegno ai paesi di&#xD;
nuova indipendenza come parte integrante della sua politica estera.&#xD;
Nel secondo capitolo l'attenzione è stata concentrata sul ruolo che la cooperazione allo sviluppo&#xD;
assunse nella politica estera italiana nel corso degli anni Sessanta. L'obiettivo principale è stato&#xD;
quello di esaminare come Roma si inserì in questo contesto emergente che vide la definitiva&#xD;
affermazione di questa direttrice sul piano internazionale. In particolare,  l'attenzione è stata rivolta&#xD;
al ruolo che la cooperazione allo sviluppo assunse nelle relazioni tra l'Italia e il Sud del mondo e&#xD;
all'impatto che l'azione italiana ebbe nelle sue relazioni con gli alleati occidentali. Nell'ambito&#xD;
delle relazioni bilaterali è stata riservata particolare attenzione alle relazioni italo-somale,  che hanno rivestito,  nell'arco periodo analizzato in questo studio,  un ruolo di primo piano nella cooperazione&#xD;
allo sviluppo dell'Italia. Le relazioni con le Nazioni Unite e,  in generale,  con gli organismi&#xD;
internazionali parte del sistema ONU hanno costituito il nodo centrale dello studio della&#xD;
cooperazione multilaterale dell'Italia. L'analisi della cooperazione allo sviluppo dell'Italia è stata&#xD;
suppurata dalla comprensione di come questa direttrice della politica estera si andava evolvendo nel&#xD;
sistema internazionale,  sia in termini di strategie e di priorità assegnate ad alcune regioni sia in&#xD;
termini di modalità di intervento e di relazioni tra gli stati donatori e tra questi ultimi e i paesi&#xD;
beneficiari degli aiuti internazionali. Le attività italiane di cooperazione allo sviluppo si inserivano, &#xD;
infatti,  in un contesto internazionale al quale l'Italia doveva riferirsi e al quale doveva rispondere.&#xD;
Ragioni di ordine storico e necessità di carattere economico condussero la Comunità a riservare nelle&#xD;
relazioni esterne un ruolo privilegiato a alcuni paesi in via di sviluppo. L'ultimo capitolo di questo&#xD;
studio si concentra su questa terza direttrice della cooperazione allo sviluppo dell'Italia. L'Italia, &#xD;
infatti,  quale stato firmatario dei Trattati di Roma,  divenne anche un dei paesi donatori attraverso il&#xD;
versamento di contributi al Fondo Europeo per lo Sviluppo. L'obiettivo di questa parte dello studio&#xD;
è,  quindi,  quello di analizzare da un lato il percorso diplomatico e i negoziati che condussero l'Italia&#xD;
alla firma dei Trattati di Roma e,  in particolare,  ad accettare l'Associazione dei territori&#xD;
d'Oltremare,  dall'altro le posizioni assunte in seguito dall'Italia riguardo al Fondo e alle relazioni&#xD;
economiche con i TOM.&#xD;
La ricerca ha rilevato come i fattori chiave che determinarono la nascita e la progressiva crescita&#xD;
del ruolo della cooperazione allo sviluppo nella politica estera dei paesi sviluppati furono le mutate&#xD;
relazioni tra est e ovest e tra nord e sud del mondo,  che portarono alla definizione di un nuovo&#xD;
assetto globale,  nel quale il ruolo dei paesi del Terzo mondo acquisì via via maggiore importanza. Il&#xD;
processo di decolonizzazione determinò la lenta fine dei grandi imperi coloniali e spinse i paesi di&#xD;
nuova indipendenza a cercare assistenza per i loro processi di sviluppo. Sul versante opposto,  le&#xD;
nazioni europee con un forte e recente passato coloniale videro nella cooperazione allo sviluppo&#xD;
uno strumento efficace per dare continuità alle relazioni con le ex colonie con una modalità più&#xD;
congeniale al nuovo quadro mondiale e al sistema di valori che con esso era emerso. L'altra&#xD;
dimensione che ebbe un ruolo di primo piano nella nascita della cooperazione allo sviluppo fu&#xD;
quella delle relazioni tra est e ovest. Nell'arco del periodo intercorso tra la Conferenza di Yalta e il&#xD;
discorso inaugurale di Truman del 1949,  l'amministrazione americana passò da una politica di&#xD;
appeasment,  a una politica di containment,  che segnò la definitiva svolta nelle relazioni tra&#xD;
Washington e Mosca. La cooperazione allo sviluppo divenne in questo contesto un younger sibling&#xD;
del containment,  che aveva l'obiettivo di evitare il contagio del comunismo nei paesi di nuova&#xD;
indipendenza,  di cui molti erano ritenuti a rischio. Gli stati di nuova indipendenza divennero non&#xD;
solo un banco di prova tra due sistemi economici,  ma anche e soprattutto lo strumento per allargare&#xD;
la propria sfera di influenza nel Sud del mondo. La cooperazione allo sviluppo divenne così una&#xD;
potente arma nel confronto tra est e ovest nella fase di coesistenza competitiva.&#xD;
L'analisi del sistema internazionale ha,  quindi,  evidenziato come i moventi politici abbiano avuto&#xD;
priorità anche su quelli economici nel determinare la nascita e lo sviluppo di questa direttrice della&#xD;
politica estera,  poiché la scelta dei mercati su cui investire fu generalmente legata a interessi di&#xD;
carattere politico-strategico. In particolare,  le considerazioni di natura politica furono,  per quanto&#xD;
riguardava le due superpotenze,  legate al confronto delle loro influenze a livello globale,  mentre per&#xD;
i paesi europei influirono soprattutto la volontà e l'impegno dei paesi colonizzatori a mantenere&#xD;
particolari legami politici,  economici e culturali con le ex colonie. L'aiuto bilaterale era lo&#xD;
strumento economico ideale per raggiungere tale obiettivo.&#xD;
In questo contesto emergente,  la cooperazione allo sviluppo dell'Italia ha rappresentato anzitutto&#xD;
uno dei mezzi per "esserci" nel sistema internazionale. L'obiettivo di questa presenza non era tanto&#xD;
quello di contribuire quanto più possibile in termini economici e di incisività,  ma piuttosto,  per così&#xD;
dire,  quello di produrre la massima impressione con il minimo sforzo economico. La cooperazione&#xD;
allo sviluppo poteva rappresentare lo strumento ideale per "andare oltre il Patto Atlantico" e, &#xD;
quindi,  una risposta a questa esigenza,  aiutando l'Italia a evadere da una subalternità troppo rigida&#xD;
all'Alleanza Atlantica. Non solo: questa innovativa direttrice della politica estera era uno mezzo&#xD;
ideale di penetrazione nel sud del mondo,  ma rispondeva anche a bisogni connessi alla realtà&#xD;
strutturale dell'Italia,  quali la necessità di sopperire alle limitazioni delle sue fonti energetiche e&#xD;
dell'acciaio,  il suo bisogno di acquisire materie prime e di trovare sbocchi all'esportazione. La&#xD;
nascente industria italiana poteva trovare nei paesi del Terzo Mondo uno sbocco importante e i&#xD;
governi italiani compresero rapidamente le potenzialità della cooperazione allo sviluppo nel&#xD;
veicolare la penetrazione economica nei paesi arretrati. Questo interesse era,  inoltre,  alimentato&#xD;
dalla forte presenza di emigrati italiani sia nell'Africa settentrionale sia nell'America Latina. Era, &#xD;
infine,  evidente che l'Italia si trovava in una posizione geografica e politica particolarmente&#xD;
favorevole per svolgere un ruolo di rilievo nei paesi arretrati. L'Italia,  quindi,  pur con i limiti del&#xD;
caso si avvicinò a questa direttrice della politica estera sin dagli anni Cinquanta.&#xD;
D'altro canto,  la cooperazione allo sviluppo italiana fu,  nell'arco di tempo analizzato,  fortemente&#xD;
limitata dalla sua condizione economica interna. La propensione dell'Italia a esserci senza,  tuttavia, &#xD;
assumersi impegni finanziari rilevanti spiega,  quindi,  perché l'Italia abbia prediletto il&#xD;
multilateralismo alla cooperazione bilaterale. Allo stesso tempo,  obiettivo prioritario dell'Italia fu&#xD;
quello di dare vita a una politica di cooperazione con i paesi arretrati che "rendesse",  quanto più&#xD;
possibile all'Italia. A tale fine diveniva,  quindi,  essenziale non solo individuare le modalità di&#xD;
intervento e di finanziamento che potessero garantire il maggiore ritorno all'Italia,  ma anche&#xD;
concentrare i propri sforzi verso quelle aree geografiche nelle quali si concentravano i maggiori&#xD;
interessi economici dell'Italia. E' proprio in questi elementi,  già presenti nei pur sporadici e poco&#xD;
incisivi interventi della cooperazione allo sviluppo dell'Italia degli anni Cinquanta che è possibile&#xD;
scorgere la natura ed il ruolo di strumento politico che la cooperazione allo sviluppo già aveva in&#xD;
parte assunto. Non si vuole,  tuttavia,  con questo affermare che la cooperazione allo sviluppo sia&#xD;
stata negli anni Cinquanta e Sessanta una direttrice prioritaria della politica estera italiana. Questo&#xD;
studio evidenzia,  al contrario,  che l'approvazione sul piano ideale della cooperazione allo sviluppo&#xD;
non si sia sempre tradotto in un sostegno altrettanto convinto sul piano degli interventi realizzati e&#xD;
dei fondi stanziati. Le limitate capacità economiche dell'Italia,  unite alla particolare natura della&#xD;
cooperazione allo sviluppo -gli aiuti si presentavano come interventi politici che,  almeno&#xD;
nell'immediato,  non determinavano vantaggi chiari e visibili. Apparivano,  dunque,  soprattutto&#xD;
all'opinione pubblica,  come atti politici che non producevano alcuna contropartita- fecero sì che&#xD;
questa direttrice rimanesse un elemento minore nella politica estera italiana degli anni Cinquanta e&#xD;
Sessanta.&#xD;
Bisogna,  inoltre,  rilevare che questo approccio era,  soprattutto per quanto riguardava la&#xD;
cooperazione bilaterale,  comune a tutti gli stati donatori. La ricerca ha,  infatti,  evidenziato che una&#xD;
delle più comuni caratteristiche delle politiche di cooperazione allo sviluppo,  fossero queste&#xD;
implementate attraverso doni,  finanziamenti o crediti a condizioni più o meno favorevoli,  fu quella&#xD;
di essere impegnata a soddisfare,  anzitutto,  l'interesse del paese offerente,  attraverso la&#xD;
concentrazione degli interventi in programmi di sviluppo utili alle produzioni nazionali o a creare&#xD;
nel paese beneficiario il potere di acquisto necessario per procurarsi prodotti originari dal paese&#xD;
finanziatore. Questo spiega perché l'aiuto finanziario,  soprattutto quello italiano,  fosse concesso&#xD;
sotto forma di crediti all'esportazione,  mentre l'assistenza tecnica,  come evidenziato in sede&#xD;
parlamentare,  fu utilizzata come un potenziale incentivo a scegliere determinate prodotti del paese&#xD;
donatore.&#xD;
Nel 1960 l'Italia entrò a fare parte come stato fondatore del DAC e divenne membro della&#xD;
International Development Assistance (IDA) con una quota di sottoscrizione pari 18.16 milioni di&#xD;
dollari. Nel luglio del 1960,  inoltre,  a seguito della conclusione,  con sei mesi di anticipo, &#xD;
dell'Amministrazione fiduciaria,  l'Italia decise,  solo dopo un acceso dibattito politico sul gravoso&#xD;
impegno economico che questa scelta avrebbe comportato,  di continuare a sostenere e finanziare lo&#xD;
sviluppo della Somalia,  intensificando la già stretta relazione tra i due paesi e dando così&#xD;
5&#xD;
concretamente avvio a una vera e propria politica di cooperazione bilaterale allo sviluppo. Se, &#xD;
quindi,  può apparire ambizioso cercare di individuare una data di inizio della cooperazione allo&#xD;
sviluppo dell'Italia,  certamente il 1960 rappresentò un anno decisivo che segnò la definitiva&#xD;
accettazione dello status di donatore al pari degli altri paesi industrializzati e,  conseguentemente, &#xD;
l'obbligo a intensificare il suo impegno in materia di cooperazione allo sviluppo. Nella pratica, &#xD;
tuttavia,  nonostante la volontà manifestata dal governo e l'ampia area geografica di intervento,  lo&#xD;
sforzo dell'Italia in materia di cooperazione allo sviluppo continuò a essere modesto e limitato, &#xD;
tanto da apparire un impegno preso più sulla carta,  mediante dichiarazioni di intento e una&#xD;
partecipazione di basso profilo agli organismi internazionali di settore,  piuttosto che nella sostanza.&#xD;
La strumentalizzazione della condizione del Mezzogiorno venne sempre più criticata dagli alleati e&#xD;
in sede DAC,  dove cominciò a apparire come una strategia adottata per sollevarsi del compito&#xD;
assunto a livello diplomatico di partecipare allo sviluppo dei paesi arretrati.&#xD;
In ambito comunitario,  infine,  l'Italia si dichiarò,  in linea di principio,  a favore dell'inclusione dei&#xD;
territori d'oltremare nel MEC e approvò l'istituzione di un Fondo di investimenti,  destinato a&#xD;
favorirne lo sviluppo. Obiettivo principale era tuttavia,  quello di fare in modo che tale&#xD;
partecipazione non recasse pregiudizio allo sviluppo interno italiano. Il dibattito interno sulla&#xD;
Convenzione fu,  tuttavia,  molto acceso in occasione di entrambi i rinnovi sui quali la classe&#xD;
dirigente italiana si dovette confrontare. Se,  quindi,  è innegabile che esistesse un consenso di&#xD;
principio sulla necessità e il dovere morale di sostenere lo sviluppo dei paesi arretrati,  che avrebbe&#xD;
potuto rappresentare un importante punto d'incontro tra sinistra e destra cattolica,  nella pratica&#xD;
questa opportunità non fu colta e anche gli aiuti allo sviluppo divennero tema di scontro tra i due&#xD;
schieramenti. Il dibattito parlamentare interno,  quindi,  ha evidenziato la cooperazione allo sviluppo, &#xD;
come affermato dalla storiografia più recente,  fu effettivamente un tema sul quale era possibile&#xD;
trovare un terreno d'intesa tra destra e sinistra,  dall'altro nella pratica questa intesa si trasformò&#xD;
costantemente in un disaccordo sulle modalità e le politiche da adottare. La sinistra accusava il&#xD;
sistema di aver sostenuto e alimentato un sistema che non era diverso da quello coloniale,  cui fu&#xD;
affibbiata l'etichetta di neocolonialismo,  mentre la coalizione al governo ne difendeva l'efficacia e&#xD;
la validità. Allo stesso tempo,  il dibattito interno evidenziò i margini di opposizione dell'Italia in&#xD;
questo ambito erano,  in realtà,  molto ristretti. L'approvazione degli accordi di associazione era, &#xD;
infatti,  un atto quasi dovuto,  per effetto della ratifica da parte dell'Italia degli accordi presi con i&#xD;
Trattati di Roma,  i quali comprendevano l'Associazione dei Tom e una serie di diritti/doveri nei&#xD;
loro confronti. Era,  quindi,  evidente che il margine di dissenso e la libertà di manovra di cui l'Italia&#xD;
disponeva in questo ambito fossero molto limitati.&lt;/Abstract&gt;</summary>
    <dc:date>2009-07-01T22:00:00Z</dc:date>
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