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    <title>Gustav Špet fra fenomenologia ed ermeneutica : il contributo di G. Špet al rinnovamento della filosofia in Russia attraverso la diffusione della fenomenologia husserliana, gli studi di estetica e di filosofia del linguaggio</title>
    <link>http://hdl.handle.net/2307/671</link>
    <description>&lt;Title&gt;Gustav Špet fra fenomenologia ed ermeneutica : il contributo di G. Špet al rinnovamento della filosofia in Russia attraverso la diffusione della fenomenologia husserliana, gli studi di estetica e di filosofia del linguaggio&lt;/Title&gt;
&lt;Authors&gt;Ottaviano, Giulietta&lt;/Authors&gt;
&lt;Issue Date&gt;2010-04-12&lt;/Issue Date&gt;
&lt;Abstract&gt;Il lavoro di ricerca, nel corso del triennio, si è concentrato su due versanti: il primo è&#xD;
consistito nel reperimento delle fonti relative alla produzione scientifica del filosofo&#xD;
russo di cui si hanno pochissimi riferimenti nel nostro paese.&#xD;
All’estero, soprattutto in Francia e in Germania, lo studio di Špet è stato portato&#xD;
avanti in questi ultimi decenni ed ha prodotto una serie di pubblicazioni riguardanti i&#xD;
numerosi aspetti della sua ricca e articolata produzione scientifica, di cui se ne può&#xD;
avere un’indicazione nelle bibliografia generale, posta in appendice.&#xD;
Il reperimento delle fonti è stato possibile attraverso un lavoro di ricerca presso le&#xD;
biblioteche statali russe e, soprattutto grazie alla disponibilità della figlia del filosofo,&#xD;
Marina Gustavovna Štorch che, nel mettere a disposizione i volumi pubblicati in&#xD;
questi ultimi anni dell’opera omnia del filosofo, in tiratura limitata e contenenti anche&#xD;
la documentazione conservata presso l’archivio di famiglia, in parte anche&#xD;
manoscritta, ha permesso di affrontare lo studio la ricerca con riferimenti testuali.&#xD;
Il secondo versante ha riguardato il lavoro di traduzione, per la maggior parte dalla&#xD;
lingua russa.&#xD;
Tutte le citazioni contenute nella tesi, tratte da testi di Špet e da filosofi a lui&#xD;
contemporanei, dai contributi su di lui degli studiosi russi e delle pagine scelte dei&#xD;
testi posti in appendice, sono opera di traduzione dall’originale.&#xD;
Il carteggio pubblicato a cura di Tat’jana Ščedrina è stato altro elemento utile sia per&#xD;
il primo capitolo riguardante la vita e le opere del filosofo, sia per avere elementi di&#xD;
maggiore conoscenza sul rapporto instauratosi fra Špet e Husserl.&#xD;
La redazione delle note bibliografiche è stata curata fin dal primo anno di corso ed ha&#xD;
necessitato di un lungo e paziente lavoro di controllo, poichè non sempre i riferimenti&#xD;
sono coincidenti con le fonti, anche a causa dei problemi dovuti alla traslitterazione&#xD;
dal cirillico (non sempre univoca).&#xD;
La traslitterazione utilizzata è quella accreditata e riconosciuta a livello internazionale&#xD;
ed è stata resa graficamente mediante l’utilizzo dell’alfabeto serbo con caratteri latini.&#xD;
Il lavoro di traduzione e di analisi dell’opera Fenomeno e senso, (dall’edizione&#xD;
originale del 1914) è stato piuttosto complesso; è stato anche redatto e allegato un glossario in lingua russa, tedesca e italiana, come contributo proveniente dal lavoro di&#xD;
traduzione. Nell’appendice sono stati inseriti due ulteriori indici bibliografici: il primo contenente tutte le opere del filosofo, con i riferimenti alle varie edizioni e i&#xD;
riferimenti alla letteratura secondaria; il secondo indice bilbiografico riguarda le&#xD;
pubblicazioni su Husserl in Russia dei primi decenni del Novecento. Nell’ appendice&#xD;
sono stati inseriti documenti provenienti dal carteggio, tradotti dal russo, con la&#xD;
relativa documentazione fotografica.&#xD;
Il lavoro di ricerca ha avuto come obiettivo innanzitutto quello di introdurre la&#xD;
personalità del filosofo per farne comprendere la vastità degli interessi e le varie fasi&#xD;
che la sua produzione scientifica ha attraversato. Il primo capitolo è dedicato alla vita&#xD;
del filosofo e alla sua formazione intellettuale; il secondo capitolo è dedicato ad una&#xD;
panoramica su alcune rilevanti personalità filosofiche che insieme a Špet hanno&#xD;
contribuito al rinnovamento del pensiero filosofico in Russia, recuperando molti tratti&#xD;
della tradizione ottocentesca sia letteraria che filosofica. I primi tre decenni del&#xD;
Novecento russo sono stati un periodo di straordinario rinnovamento per quanto&#xD;
riguarda lo studio del linguaggio, la nascita delle avanguardie artistiche, gli studi&#xD;
sociali, la produzione letteraria. Il contributo di filosofi, fra i quali Špet, è stato&#xD;
significativo.&#xD;
Anche la ricezione e la reinterpretazione della fenomenologia husserliana così come&#xD;
di altri filoni quali il neokantismo, rientrano fra quei fattori che hanno avuto&#xD;
rilevanza e che, attraverso Špet, hanno contribuito a tale rinnovamento su molti&#xD;
versanti. Il terzo capitolo è dedicato al confronto con la fenomenologia husserliana.&#xD;
Špet, allievo di Husserl negli anni 1912-13 a Gottinga, pubblica nel 1914 Fenomeno&#xD;
e senso che rappresenta nel panorama della filosofia russa la prima esposizione&#xD;
approfondita della fenomenologia; in questa sua opera Špet si occupa dei temi che&#xD;
Husserl aveva trattato già nelle Ricerche logiche e che aveva da poco affrontato nei&#xD;
seminari di Gottinga e che saranno contenuti in Ideen I.&#xD;
Nei capitoli centrali della tesi, attraverso un’analisi “comparativa” fra il testo di Špet&#xD;
e i testi husserliani (Ricerche logiche, La filosofia come scienza rigorosa, Idee I, Idee&#xD;
II) sono stati rintracciati sia i temi comuni che le diversità fra i due filosofi.&#xD;
Fra i temi comuni sono emersi il tema della filosofia, intesa come scienza rigorosa,&#xD;
la necessità di confutare lo psicologismo, l’esigenza di mettere al centro il problema&#xD;
del metodo, il tema dell’epoché, della riduzione fenomenologica in connessione&#xD;
all’analisi della coscienza pura, l’intenzionalità.&#xD;
Nei confronti delle tesi husserliane Špet manifesta una serie di obiezioni rispetto alla&#xD;
poca chiarezza con cui Husserl avrebbe affrontato il rapporto fra intuizione ideale e&#xD;
intuizione empirica e rispetto all’analisi ancora troppo soggettivistica da parte di&#xD;
Husserl nei confronti della coscienza. Nei capitoli conclusivi di Fenomeno e senso,&#xD;
Špet pone l’accento sul tema “ermeneutico” della comprensione come dimensione&#xD;
davvero risolutiva.&#xD;
La coscienza per Špet non può avere un “proprietario” e, riprendendo la tradizione&#xD;
filosofica russa, sviluppa un’analisi in difesa di una visione della coscienza nella sua&#xD;
dimensione collettiva e culturale. Non a caso negli anni seguenti alla pubblicazione di Fenomeno e senso (1914), Špet dedica alla filosofia della storia una monumentale&#xD;
dissertazione accademica, con l’obiettivo di difendere il ruolo della storia, dove è&#xD;
riscontrabile l’influenza di Dilthey. Egli scrive anche una storia dell’ermeneutica,&#xD;
partendo dall’antichità per arrivare alla contemporaneità.&#xD;
Gli studi successivi sono dedicati soprattutto al ruolo del linguaggio (la parola, per&#xD;
Špet è il “principium cognoscendi”).&#xD;
In Fenomeno e senso già era stata elaborata una tale prospettiva, espressa negli&#xD;
ultimi capitoli e poi ripresa in La forma interna della parola (l’opera del ’27 e della&#xD;
piena maturità intellettuale dedicata a von Humboldt e a cui è dedicato il quarto&#xD;
capitolo) in cui il rapporto fra espressione e significato che Špet aveva appreso dalle&#xD;
Ricerche logiche viene trattato in quest’opera come il tema fondamentale, che&#xD;
ricomprende l’ermeneutica, la semiotica e la logica. Il quarto capitolo verte anche su&#xD;
un’ analisi comparativa fra i testi di von Humboldt e l’opera di Špet La forma interna&#xD;
della parola.&#xD;
Anche in opere precedenti come nei Frammenti estetici ( opera pubblicata nel 1923)&#xD;
Špet sostiene che il significato logico non viene annullato dal linguaggio poetico ma&#xD;
in esso ricompreso, tanto che il linguaggio poetico dovrebbe essere considerato come&#xD;
una “filosofia applicata“.&#xD;
Il contributo alle nuove teorie sullo studio del linguaggio è stato riconosciuto dai più&#xD;
illustri esponenti del formalismo russo di allora, come testimonia lo scambio&#xD;
epistolare con Roman Jakobson e come testimoniano artisti, letterati e filosofi del&#xD;
periodo.&lt;/Abstract&gt;</description>
    <dc:date>2010-04-11T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/2307/582">
    <title>Le ragioni dell'azione : economisti, psicologi e filosofi di fronte ai paradossi della razionalita' nella teoria della scelta</title>
    <link>http://hdl.handle.net/2307/582</link>
    <description>&lt;Title&gt;Le ragioni dell'azione : economisti, psicologi e filosofi di fronte ai paradossi della razionalita' nella teoria della scelta&lt;/Title&gt;
&lt;Authors&gt;Farina, Grazia&lt;/Authors&gt;
&lt;Issue Date&gt;2010-04-12&lt;/Issue Date&gt;
&lt;Abstract&gt;La tesi si propone di discutere le conseguenze per la teoria della scelta razionale, nella&#xD;
forma standard della Expected Utility Theory (EUT), dell’evidenza sperimentale che ha&#xD;
rivelato numerosi casi di violazione degli assiomi del modello di utilità attesa utilizzato&#xD;
dagli economisti. Una discussione che coinvolge questioni di carattere psicologico e&#xD;
filosofico, legate ai meccanismi cognitivi responsabili del processo decisionale e ai fattori e&#xD;
alle modalità del processo motivazionale: questioni che erano state volutamente messe da&#xD;
parte dalla teoria standard (EUT) e la cui discussione ha direttamente o indirettamente&#xD;
coinvolto non solo gli psicologici cognitivi, ma anche economisti e filosofi.&#xD;
Il primo capitolo offre una presentazione della teoria dell’utilità attesa e della sua&#xD;
struttura assiomatica, mettendone in evidenza i presupposti teorici attraverso la descrizione&#xD;
degli assiomi che definiscono la razionalità dell’agente, i concetti di preferenza e di&#xD;
massimizzazione dell’utilità attesa, l’importanza della coerenza interna all’ordinamento&#xD;
delle preferenze, la tesi delle preferenze rivelate, la concezione soggettiva della probabilità.&#xD;
Vengono infine discussi i primi paradossi ed esperimenti, provenienti dall’economia e dalle&#xD;
scienze cognitive, che misero in discussione l’adeguatezza empirica della teoria.&#xD;
Nel secondo capitolo si delineano le concezioni alternative alla EUT elaborate nel&#xD;
capo delle scienze cognitive, sotto l’influenza della tesi della razionalità limitata di Simon,&#xD;
confluite nell’Heuristic and bias program di Kahneman e Tversky e quindi nella&#xD;
behavioural economics. L’obiettivo è quello di mostrare come le illusioni cognitive e&#xD;
&#xD;
l’influenza delle emozioni rendano irrealistica, e non solo in termini quantitativi, la&#xD;
razionalità attribuita all’agente. La prospect theory di Kahneman e Tversky vuole essere&#xD;
un’alternativa alla EUT proprio in quanto è in grado di dar conto di quelli che sono gli&#xD;
effettivi percorsi decisionali. Il ritorno di Kahneman al criterio dell’utilità come piacere di&#xD;
Bentham e la transizione dalla behavioural economics alla neuroeconomics mette in&#xD;
evidenza alcuni limiti teoretici di questa prospettiva.&#xD;
Nel terzo capitolo vengono analizzate e messe a confronto tesi filosofiche cognitiviste&#xD;
e non cognitiviste dell’azione e del contesto della scelta, e le corrispettive caratterizzazione&#xD;
della razionalità pratica. In particolare, vengono esaminate le analisi di Davidson sulle&#xD;
ragioni come cause dell’azione e le discussioni sulla natura della razionalità fra i sostenitori&#xD;
di una ragione sostantiva, “esterna” (Parfit, Broome), che si avvale della corrispondenza con&#xD;
fatti e valori normativi, e i sostenitori di una ragione procedurale, “interna”, (Williams,&#xD;
Blackburn) volta invece a rafforzare il ruolo delle motivazioni e il punto di vista dell’agente.&#xD;
Infine, ci si sofferma sul confronto fra una concezione kantiana della razionalità come fonte&#xD;
autonoma di normatività – rappresentata da Korsgaard – e una ragione invece “Humefriendly” proposta da Blackburn&#xD;
Il quarto capitolo contiene l’analisi della regret theory di Robert Sugden, una non&#xD;
expected theory di un economista che è anche autore di una critica molto lucida alla teoria&#xD;
della scelta razionale, in particolare alla concezione di una razionalità normativa e&#xD;
strumentale, che lo porta ad aderire all’approccio della behavioural economics. Due i temi&#xD;
centrali: il primo è l’analisi della prospettiva consequenzialista della scelta. Il secondo è&#xD;
l’interpretazione della teoria di Hume come sostenitore di una concezione che esclude la&#xD;
possibilità di un ruolo significativo per la razionalità pratica, a favore di una spiegazione&#xD;
naturalistica dei processi mentali alla base delle decisioni umane. Tuttavia, da una lettura&#xD;
più completa della concezione di Hume può emergere una concezione della ragione pratica&#xD;
più vicina all’idea di “passione calma”, che non si pone come fonte di autorità ma come&#xD;
conquista di “un punto di vista fermo e generale”, e non si contrappone alle passioni naturali&#xD;
ma si limita a correggerle.&lt;/Abstract&gt;</description>
    <dc:date>2010-04-11T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/2307/519">
    <title>Preludes to ontic structural realism : Eddington and Weyl : a theoretic route from general relativity to quantum mechanics through group theory.</title>
    <link>http://hdl.handle.net/2307/519</link>
    <description>&lt;Title&gt;Preludes to ontic structural realism : Eddington and Weyl : a theoretic route from general relativity to quantum mechanics through group theory.&lt;/Title&gt;
&lt;Authors&gt;Cometto, Miriam&lt;/Authors&gt;
&lt;Issue Date&gt;2009-04-24&lt;/Issue Date&gt;
&lt;Abstract&gt;La mia ricerca verte sui fondamenti storico-epistemologici del realismo strutturale ontico,  con particolare riferimento alla riflessione epistemologica di A.S.Eddington e agli esiti del profondo connubio tra scienze matematiche e fisiche che trova una valida testimonianza nel pensiero di Herman Weyl ed una fondamentale applicazione nel lavoro che questi,  insieme a Wigner,  portò avanti intorno agli anni '30,  sulla 'traduzione' della teoria dei gruppi di trasformazione nella meccanica quantistica. Dall'opera di questi autori emerge una riflessione i cui esiti concettuali si rivelano assai fruttuosi per una più ampia comprensione dei recenti sviluppi strutturalisti in seno al dibattito sul realismo scientifico,  ovvero sulla portata epistemica,  semantica e/o ontologica delle teorie scientifiche. &#xD;
La tesi si articola in 5 capitoli preceduti da una introduzione al realismo strutturale ontico che ne metta in luce sia le motivazioni sia alcune difficoltà nel produrre una soddisfacente definizione della nozione  chiave di struttura. In base ad esse la ricerca si rivolge all'opera dei menzionati precursori nella convinzione che la sistematicità con la quale questi autori affrontano le questioni epistemologiche portando alla luce i nodi concettuali soggiacenti,  si riveli molto utile per la chiarificazione delle problematiche sopra citate. In particolare appaiono con chiarezza i motivi per cui la teoria della relatività e la meccanica quantistica suggeriscano un approccio strutturalista. L'aspetto forse più significativo per la genesi di questo punto di vista risiede nel sodalizio crescente tra gli sviluppi del pensiero matematico,  in particolare geometrico,  e quelli del pensiero fisico. Lo studio condotto rivela di una riflessione affatto isolata,  e nondimeno privata della dovuta risonanza,  generata da una profonda analisi concettuale delle nozioni fondamentali coinvolte nelle teorie scientifiche considerate. Tale riflessione manifesta la genesi in parte geometrica degli aspetti relazionali della costituzione degli oggetti. In questo modo emerge quel particolare sguardo sulla realtà fisica in cui l'elemento di rivoluzione è costituito da un mutamento della logica soggiacente alla predicazione degli oggetti fisici.&#xD;
&#xD;
Primo Capitolo - Eddington.s Philosophy of Science&#xD;
Lo strutturalismo in Eddington è il risultato di un approccio epistemologico alla scienza che egli stesso qualifica come soggettivismo selettivo o strutturalismo. Un elemento fondamentale delle tesi eddingtoniane è che esse sono limitate in due direzioni: in primo luogo si limitano alla fisica,  in secondo si limitano all'ambito specifico della fisica post-relativistica. &#xD;
In questo senso si evince una prima differenza con l'approccio in ambito realista,  che si presenta piuttosto come un approccio alla conoscenza scientifica in senso lato e tende ad allargarsi oltre il dominio della scienza strettamente positiva. Se da un lato il primo approccio rischia di  generare eventualmente un riduzionismo troppo forte al dominio fisico,  il secondo punto di vista ha il problema di dar conto del fatto che a seconda del tipo di disciplina (fisica,  chimica,  biologica,  sociale,  economica) cui lo si voglia applicare esso può mutare radicalmente e richiedere una nozione di individuo incompatibile con l'eliminativismo adottato a livello fondamentale. I due appellativi sopraccitati non sono strettamente sovrapponibili,  individuando bensì due diversi momenti della riflessione del nostro autore: un momento epistemologico fortemente idealista (trascendentale) guida in maniera generale l'approccio alla scienza fisica (che è una epistemologia scientifica secondo Eddington); un secondo momento eminentemente strutturalista guida in maniera particolare l'interpretazione delle teorie contemporanee,  con un enfasi sulla teoria della relatività generale. Una comprensione del rapporto tra i due momenti è fondamentale nel confronto con il dibattito contemporaneo,  nel quale il primo momento è messo da parte in favore di un approccio realista. In questo senso i due devono essere relativamente indipendenti,  nel senso che la tesi strutturalista non deve necessitare di un sfondo kantiano o neokantiano. D'altro canto lo strutturalismo in Eddington,  la sua tesi che la fisica contemporanea generi una visione strutturale della conoscenza e della realtà,  è effettivamente derivante da quel tipo di epistemologia. Da questo intimo collegamento fra i due momenti dell'analisi,  nasce la necessità di suddividere l'approccio con il nostro autore in due capitoli. Il primo capitolo più espressamente dedicato ad una comprensione globale della sua visione epistemologia. Il secondo dedicato ad una disamina del momento strutturalista come direttamente discendente dall'analisi della teoria scientifica,  in primis la relatività generale. &#xD;
&#xD;
La filosofia della scienza è per il nostro autore un'indagine del come la scienza proceda ed una spiegazione dei suoi metodi. In questo si declina la tesi che la conoscenza empirica possa essere ottenuta attraverso un'analisi degli strumenti metodologici e delle categorie di pensiero in essa coinvolti. Da ciò deriva per un verso l'attenzione per le procedure di misurazione,  per l'altro il carattere marcatamente aprioristico,  secondo una direttrice in primo luogo temporale,  nella quale il carattere aprioristico della conoscenza scientifica è intesa come possibilità di derivarne le conclusioni prima di una effettiva osservazione. Ponendo l'enfasi ora sull'uno ora sull'altro di questi due aspetti della conoscenza la critica ha dunque sviluppato due immagini quasi incompatibili di un Eddington operazionista e di un Eddinton idealista à la Berkeley. Nel mostrare i limiti dell'una e dell'altra 'estremizzazione' del pensiero del nostro autore si cercherà di porre in giusta luce quegli elementi teorici attraverso cui l'analisi delle teorie scientifiche è effettivamente impostata. Infine,  dalle precedenti riflessioni emergerà che i due aspetti dell'epistemologia eddingtoniana vadano piuttosto concepiti come due momenti di un unicum le cui suggestioni sono spiccatamente kantiane,  in modo tale da mostrare il percorso che porta Eddington all'affermazione del soggettivismo selettivo. Una volta chiarito ciò che la sua filosofia della scienza non è si perviene dunque ad una analisi di ciò che essa sia,  declinando il contenuto delle due denominazioni ad essa associate( selective subjectivism or structuralism). Eddington sostiene che le generalizzazioni della fisica possano essere raggiunte per via epistemologica,  intendendo con questo termine l'analisi delle categorie di pensiero e degli strumenti metodologici soggiacenti e strutturanti le nostre osservazioni. Tale analisi ci fornisce una comprensione delle forme in cui gli oggetti si possono presentare alla nostra conoscenza,  ossia per essere oggetti possibili della nostra conoscenza. Nell'analisi delle categorie di pensiero si situa la riflessione sui concetti di analisi e di sostanza. Nell'analisi degli strumenti metodologici,  la riflessione sui principi guida della pratica scientifica: in relatività generale,  per esempio,  la 'regola' o il principio guida che informa tutto il procedere è la richiesta che la conoscenza fisica,  basata sulla misurazione di quantità fisiche ( in primo luogo lunghezze e durate) sia formulata in modo da tener conto delle misurazioni possibili di una sempre più ampia classe di osservatori (vedi Ryckman[2005]).&#xD;
Le due etichette di soggettivismo selettivo e strutturalismo si possono dunque situare come rispettivamente una riflessione sul carattere aprioristico della conoscenza ed una riflessione sulla sua formulazione matematica. Il passaggio tra i due momenti si ha nel concetti di struttura. Lo strutturalismo appare così una lettura delle teorie scientifiche in cui uno spazio consistente è lasciato ancora una volta all'apparato concettuale ereditato dal soggettivismo. Ad esso si affianca tuttavia un punto di vista operativo(che considera nella fattispecie l'apparato matematico della teoria,  in primo luogo la relatività generale). Di fatto lo strutturalismo porta avanti quanto ha guadagnato dall'approccio olistico (concetto di analisi) in un dominio specifico della conoscenza umana (la fisica). Perché dunque  strutturalismo,  piuttosto che olismo? Perché l'approccio olistico si salda con  la riflessione sulle strutture geometriche emergenti dalla RG e fisicamente significanti. Eddington incontra un mondo geometrico. Questo motiva l'associazione della qualifica strutturale della conoscenza fisica con la sua caratterizzazione simbolica. Gli strumenti metodologici considerati sono: le procedure in base a regole con sui tali simboli sono raggiunti ed i simboli attraverso cui le quantità fisiche sono rappresentate. Questi ultimi costituiscono il limite della nostra conoscenza,  in quanto riassumono l'informazione massima disponibile su certe condizioni definite e assolute del mondo. Essi sono l'unico modo in cui acquisiamo conoscenza delle quantità fisiche. Con questa impostazione dell'approccio strutturale in collegamento con l'epistemologia di sfondo simil-kantiana si chiude il primo capitolo come introduzione al secondo nel quale la prospettiva strutturalista è analizzata più nel dettaglio in connessione con la teoria della relatività generale.&#xD;
&#xD;
Capitolo Secondo . Eddington's structuralism: the route from General Relativity&#xD;
Il dominio primo da cui emerge lo strutturalismo è la lettura della la relatività,  nella quale il concetto di conoscenza fisica sarebbe concepita come relativa principalmente alla struttura del mondo esterno,  piuttosto che alla sua sostanza,  dove con struttura si intende un complesso di relazioni e di relata,  di cui la sostanza in quanto materia costituisce solo un elemento parziale (la materia non è che una fra milioni di relazioni,  più evidente agli occhi della nostra mente). Dunque l'intento di Eddington è quello di ridurre  l'analisi dei fenomeni alla loro espressione in termini di relazioni (intervalli) e relata (eventi o punti-evento,  indistinguibili). (Mathematical Theory of Relativity 1923,  4). &#xD;
In primo luogo dunque la struttura-mondo che conosciamo è quella ottenuta come sintesi di tutti gli aspetti misurabili degli oggetti di un mondo assoluto,  rappresentata nel continuum quadridimensionale di Minkowsky,  che ne manifesta un aspetto intrinseco: la quadridimensionalità.&#xD;
L'immagine/indagine ontologica prende le mosse da eventi puntuali indistinguibili e privi di caratteristiche se non quella di essere punti-evento del continuum quadridimensionale (struttura in quanto complesso di relazioni). Tra di essi sussiste una relazione quantitativa primaria,  l'intervallo,  e dal confronto tra tutte le relazioni tra punti della varietà quadridimensionale emerge  una regola di connessione che esprime una qualità intrinseca del mondo ed è misurata dai coefficienti del tensore metrico (  ). Operando su questi coefficienti Eddington ottiene il tensore di Einstein ed introduce le equazioni del campo. Tali equazioni non sono tanto leggi che collegano i punti,  ma sono condizioni definite ed assolute del mondo. Da esse le nostre percezioni (o forse meglio sarebbe dire concettualizzazioni) di materia e di assenza di materia (vuoto) che corrispondono a due momenti caratteristici del peculiare strumento utilizzato,  il tensore (annullamento ed equivalenza altri oggetti esprimenti caratteristiche fisiche). In che senso le equazioni del campo sono condizioni del mondo? Nel senso che esse indicano i parametri di connessione unici in cui i fatti fisici accadono e si mostrano: la relatività non ci fornisce tanto delle leggi derivate dalle proprietà di certi punti,  quanto piuttosto i parametri di interrelazione e le dinamiche (di metrica e materia) che sono condizioni di esistenza del mondo e che fondano (in senso kantiano) il modo in cui possiamo comprendere le nostre stesse percezioni,  ciò che chiamiamo materia e ciò che chiamiamo assenza di materia.&#xD;
Le differenti configurazioni risultanti   o   ( nella forma estesa   e  ) sono diverse possibilità fisiche,  in cui   rappresenta un insieme di relazioni piuttosto che di oggetti. Ciò che la mente fa è dotare di qualità vivide(vive,  colorate) certe proprietà strutturali selezionate del mondo.&#xD;
Il mondo fisico non è strettamente dipendente dalla mente: esso si compone di una unità sintetica quadridimensionale che non è rappresentabile nello spazio e nel tempo(in quanto separati),  bensì ad un livello superiore. Il modo in cui la nostra conoscenza del mondo si sviluppa  a partire da questa qualità intrinseca del mondo è attraverso la sintesi data dal 'no one in particular' point of view. Le risultanti della sintesi sono l'intervallo spaziotemporale o altri oggetti geometrici invarianti rispetto agli specifici gruppi di trasformazione che collegano i sistemi di riferimento concepibili. Così si conosce il mondo in quanto struttura geometrica. Dice Eddington: non siamo partiti in questa analisi con l'obiettivo di derivare un mondo geometrico; abbiamo analizzato la teoria e questo è ciò che abbiamo ottenuto: un mondo geometrico. D'altro canto nella teoria della relatività si mettono in primo piano alcune particolarità del rapporto tra geometria e fisica,  giacchè se da un lato attraverso le equazioni del campo riceviamo informazioni sul come le caratteristiche geometriche dello spaziotempo (la metrica ) influenzano i campi di materia (le caratteristiche fisiche raccolte da  ),  dall'altro otteniamo anche informazioni sul come la materia stessa influenza le caratteristiche geometriche: ossia,  laddove la metrica dice alla materia come muoversi,  la materia dice alla metrica come curvarsi. &#xD;
Questa caratterizzazione ( reciprocità geometria/fisica e invarianze) si sviluppa in Eddington con l'idea che quello che si individua in relatività sia un pattern of interrelatedness,  potremmo dire un tessuto complessivo delle relazioni (rapporto fondante). Queste relazioni portano con sé i relata in maniera inscindibile,  non come individui (intesi come base costruttiva delle relazioni in quanto dotati di proprietà),  bensì come nodi esistenti all'interno della rete di relazioni. A questo punto si specifica la natura della rapporto tra relazioni e relata,  che sono dati insieme,  come un pacchetto. &#xD;
Per quanto siffatta visione del rapporto sia meno radicale rispetto a quanto espresso nella forma eliminativista del realismo strutturale ontico,  bisogna comunque notare che è già in atto una rivoluzione concettuale laddove l'ontologia tradizionale assume come primitive gli individui,  mentre qui la primitiva è una relazione fondamentale tra elementi indistinguibili: l'intervallo. Come non ci sono relazioni senza relata,  non ci sono relata senza relazioni,  pertanto i relata stessi non sono scindibili dalla struttura in cui sono inseriti e non ha senso parlare delle proprietà da essi possedute intrinsecamente,  dove per intrinsecamente si intenda indipendentemente da tutto il resto. Il punto di vista sviluppato è così genuinamente olistico. La teoria della relatività si presenta come il dominio primo in cui l'approccio strutturale si sviluppa e in cui trova una sua comprensione è attuabile. Una piena manifestazione di questo si trova nelle pieghe del dibattito più recente,  nel quale l'approccio strutturale allo spaziotempo appare come un valido candidato per risolvere annosi dibattiti in merito alle concezioni sostanzialiste e relazionali dello spaziotempo.  &#xD;
&#xD;
Capitolo Terzo . Eddington,  Russell and Newman's Problem&#xD;
La prima obiezione filosofica con la quale la posizione di Eddington si deve confrontare è mossa da Braithwaite l'anno successivo alla pubblicazione di The Nature of the Physical World : la rappresentazione fornita da Eddington rischia di essere vuota,  se non si specificano le relazioni della struttura-mondo nei loro aspetti qualitativi e dunque extra-strutturali (secondo Braithwaite). Questa obiezione ricalca una ben più famosa obiezione mossa dal prof. M.H.A.Newman (1928) al prof. B.Russell e citata nella letteratura come 'Newman's problem'. Il terzo capitolo si concentrerà dunque sul confronto tra le due prospettive di Eddington e Russell volta a metterne in luce le fondamentali differenze in ragione delle quali le due posizioni pur simili si presentano diversamente equipaggiate al vaglio della obiezione di Newman. L'argomento è tanto più interessante se si tiene conto che i due autori sono collegati con il dibattito recente sullo strutturalismo secondo due cammini differenti: Russell è ripreso da posizioni epistemiche,  Eddington da posizioni ontiche. I due approcci condividono la linea di fondo (shift sulle relazioni/approccio relazionale) ma non le motivazioni né il dominio e i modi di applicazione. &#xD;
&#xD;
La prima parte del capitolo è dedicata ad una disamina della tesi strutturalista di Russell,  che fornisca le basi per un confronto tra i due autori. Essa fu introdotta in parte nella Introduction to Mathematical Philosophy del 1919,  ma compiutamente sviluppata poi nell' Analisi della materia (1927). Secondo Russell l'unica conoscenza ottenibile del mondo esterno è una conoscenza di tipo strutturale che ci impedisce di attingere alle caratteristiche intrinseche del mondo esterno,  quelle che egli chiama 'qualities' (alcune suggestioni in questo senso sono riprese dagli scritti di Poincarè e Duhem),  ma ci fornisce informazioni sulla sua struttura,  intesa come rete di relazioni tra eventi. &#xD;
Il capitolo propone una tesi secondo la quale il fallimento dello strutturalismo in Russell non è dovuto alla dottrina della struttura di per sé (cioè al fatto che si avanzi una prospettiva strutturalista) quanto piuttosto ad alcuni aspetti soggiacenti dell'epistemologia russelliana,  in particolare una dicotomia di fondo tra la struttura della realtà e la sua natura,  il riduzionismo logico,  la prospettiva atomistica. &#xD;
Fondamentalmente Russell sviluppa una tesi sul modo in cui le nostre teorie rappresentano la realtà: ci sarebbe una somiglianza (isomorfismo) tra la struttura delle nostre percezioni e la struttura degli stimoli. In particolare la motivazione di Russell è difendere il monismo neutrale attraverso una teoria causale della percezione,  rispondendo fra l'altro all.esigenza di sviluppare un opportuno raccordo tra le evidenze empiriche e la crescente astrattezza della fisica. I due fondamentali postulati della sua teoria causale della percezione sono la continuità causale e il postulato di somiglianza strutturale tra percezioni e stimoli. E' quest'ultima nozione il centro dell'obiezione del prof. Newman: essa,  che dovrebbe caratterizzare sostanzialmente la nostra conoscenza del mondo,  in realtà la riduce ad una conoscenza della cardinalità dei sistemi fisici e quello che poteva esserne il contenuto significante ne rimane escluso. Inoltre,  seppure le strutture logiche catturano qualcosa di architetturale nel mondo,  abbiamo di fatto troppi modelli per rappresentarle. Gli esiti di questa analisi conducono a due conclusioni. Da un lato esistono per le attuali posizioni epistemiche possibili vie di fuga dall'obiezione di Newman,  vie di fuga che d'altro canto implicano un abbandono della formulazione strettamente russelliana( J.Saatsi and J.Meelia,  Votsis). Dall'altro lato lo strutturalismo di Eddington manifesta una attenzione per il significato fisico degli strumenti matematici utilizzati che lo dota di una fondamentale apertura contenutistica,  proprio per la motivazione epistemologica soggiacente e per il modo in cui la struttura è rappresentata. &#xD;
A questo proposito si vaglia,  nella seconda parte del capitolo il riferimento di Eddington alla natura gruppale della sua idea di struttura. In particolare si considerano le obiezioni di  Braithwaite,  mostrando che fondamentalmente i due autori si muovono su due terreni diversi. In primo luogo la group-structure è una forma di pensiero attraverso cui 'leggere' le equazioni; in secondo luogo,  se anche fosse intesa à la Russell,  l'applicazione della teoria dei gruppi assegnerebbe alla struttura una tale serie di vincoli fisici in termini di conservazione di energia,  impulso,  momento angolare e via dicendo,  da avere una ricaduta immediata in termini di contenuto.&#xD;
Dunque la possibilità di resistere all.obiezione di vacuità contenutistica risiede nell'epistemologia adottata e nella concezione stessa di struttura e nel rapporto tra relazioni e relata. Difatti quello che Russell,  secondo Eddington,  perde di vista è proprio la natura gruppale delle strutture fisiche: il punto centrale è che l'ingresso di proprietà di tipo geometrico svolge un ruolo fondamentale nella comprensione stessa del rapporto tra relata e relazioni. D'altro canto l'idea di Eddington non riguarda tanto la conoscibilità o meno degli aspetti intrinseci della realtà,  quanto piuttosto che ciò che abbiamo sempre considerato come aspetti intrinseci delle entità non sono strettamente parlando indipendenti dal resto del mondo. Sebbene la motivazione sia in Eddington eminentemente concettuale,  la sua riflessione apre comunque un terreno per ulteriori sviluppi,  nel quale il RSO può trovare fruttuose sementi. In questo senso si può considerare il punto di vista di Eddington come genuinamente anticipatore delle attuali posizioni. In particolare il tipo di analisi da lui condotta sulle condizioni di accessibilità dell'universo fisico e l'accento sul linguaggio matematico utilizzato nello specifico delle teorie scientifiche  sono associabili con le ragioni che in ambito più recente motivano la riconcettualizzazione strutturale degli oggetti fisici.&#xD;
Capitolo Quarto . From geometry to quantum: the rising of group theoretic language and ontology.&#xD;
Nella sua attenzione per la concettualizzazione della struttura-mondo,  Eddington non si sofferma molto sull.utilizzazione della teoria dei gruppi come linguaggio fondamentale per la fisica moderna sia in relatività che in meccanica quantistica (pur usando come esempio la descrizione dello spin dell'elettrone),  un elemento fondamentale invece nella riflessione strutturalista attuale. Tanto più fondamentale quanto più esso si situa alla radice dell'approccio eliminativi nei confronti dei relata delle strutture considerate come fondamentali. Dunque,  pur mantenendo uno sguardo al lavoro di Eddington,  nel quarto capitolo si prende in esame un aspetto apparentemente estraneo alla sua indagine e tuttavia ad essa ricollegabile. In altre parole vedremo in che termini possa essere considerata la caratterizzazione 'gruppale' della meccanica quantistica: come si ricollega l'uso della teoria dei gruppi con il modo in cui possiamo designare una ontologia per la teoria?&#xD;
Un ulteriore problema nel confronto tra lo strutturalismo di primo novecento à la Eddington e il realismo strutturale ontico risiede nel fatto che nel primo caso ci riferiamo ad  autori di impostazione kantiana,  latente o manifesta,  mentre nel secondo caso abbiamo una riflessione che vuole porsi come forma di realismo( accettandone dunque la tesi metafisica e in qualche forma almeno una delle due fra la tesi semantica e la tesi epistemica). Occorre dunque poter esulare dal carattere performativo delle descrizioni fisiche e far sedimentare,  se possibile,  l'impostazione predicativa in una posizione che sia realista. Il IV capitolo muove dalla persuasione che un momento importante  di questo passaggio risieda nel riferimento alla caratterizzazione 'gruppale' della meccanica quantistica che il realismo strutturale onticomantiene come caratterista rilevante nelle sue considerazioni. Le due linee guida al vaglio del quarto capitolo sono:&#xD;
1)	la rilevanza dello studio sullo spazio come generativo dell'approccio gruppale&#xD;
2)	l'idea che l'applicazione della teoria dei gruppi in meccanica quantistica possa effettivamente rappresentare un passo in avanti verso il realismo strutturale rispetto alla prospettiva di Eddington. E' questo un passaggio cruciale nella discussione,  per via dell'interpretazione che la posizione realista offre della teoria dei gruppi.&#xD;
Seguendo queste due direttrici il capitolo di divide in due parti,  focalizzandosi in primo luogo sul collegamento/slittamento nell'applicazione della teoria dei gruppi dalle teorie sullo spazio alla meccanica quantistica. Tale passaggio sarà presentato attraverso l'intenso lavoro condotto da H.Weyl dapprima sul problema dello spazio (attraverso l'evoluzione dall'idea di congruenza a quella di trasformazione) e sulle simmetrie che lo caratterizzano,  in seguito sulla relazione tra le invarianze dei gruppi di trasformazione e la meccanica quantistica. E' infatti nelle riflessioni sulla concettualizzazione dello spazio e sui fondamenti della geometria che il linguaggio dei gruppi appare in primo luogo come significante. All'interno di tali studi emerge inoltre un progressivo mutamento nel carattere della predicazione. Questo stesso mutamento sembra essere una delle caratteristiche che,  attraverso la nozione di gruppo,  si trasmette dalla concezione dello spazio(tempo) alla costituzione degli oggetti.&#xD;
Le motivazioni che ci spingono a veicolare la trattazione attraverso l'opera di Weyl sono sono molteplici: in primo luogo la sua pubblicazione di Quantenmechanik und Gruppentheorie (1927) associata alla persuasione di aver raggiunto,  attraverso tale studio,  una comprensione più profonda della natura reale delle cose; poi la possibilità di riscontrare nel suo lavoro alcuni tratti comuni con la visione di Eddington pur non essendo un neokantiano; l'attenta riflessione sullo spazio e sui fondamenti della geometria che culmina nell'idea che la geometria consegua in ambito fisico la sua piena validità la possibilità di evidenziare in modo molto chiaro nell'analisi del concetto di spazio un percorso teorico che va da Riemann ad Einstein analizzando l'intima connessione tra spazio,  tempo e materia che permette di saldare le riflessioni strutturaliste su geometria/fisica con un approccio più marcatamente realista. Infine,  ciò che emerge nel lavoro di Weyl non è tanto un tentativo di dissolvere gli oggetti in strutture matematiche,  fattore al centro delle critiche di RSO,  quanto il tentativo di comprendere l'appropriatezza di certo linguaggio utilizzato nelle teorie scientifiche anche in riferimento all'ontologia soggiacente. In conclusione si esamina un dibattito sul ruolo dell'invarianza nella costituzione dell'oggettività.&#xD;
La seconda parte del capitolo è dedicata nel dettaglio alla proposta del RSO di adottare una ontologia di strutture sulla base delle relazioni emergenti dalle descrizioni fisiche: in meccanica quantistica significherebbe considerare those group theoretic invariants described in terms of the relevant symmetry principles (French 2006:172). Questo è il passaggio fondamentale dal momento che RSO propone una metafisica di relazioni e strutture a differenza della metafisica realista tradizionale focalizzata su individui e proprietà (intrinseche). Poiché il principale case study del RSO è la trattazione dello spin,  si vaglia l'effettiva possibilità di una adozione strutturale di tale proprietà,  esplorandone la legittimità anche attraverso il parere contrario di M. Morrison(2007).&#xD;
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Capitolo quinto . Relations,  Relata and  moderate structuralism&#xD;
Le posizioni strutturaliste formulate agli inizi del novecento manifestano la ricerca di un'immagine alquanto unitaria dell'indagine scientifica,  attraverso l'analisi della costituzione degli oggetti fisici e dello spazio(tempo). La riflessione neokantiana sulla filosofia della scienza,  tipica dei primi strutturalisti(Eddington e Cassirer) ai quali il realismo strutturale ontico si ricollega,  conduce ad una revisione della nozione di oggetto,  manifesta sia nel lavoro di Eddington sia nell' epistemologia di Ernst  Cassirer in maniera più ampia. Il motivo per cui lo strutturalismo ontico è interessato a questi autori sono le interpretazioni della meccanica quantistica e l'idea che le condizioni di accessibilità siano condizioni di esistenza del mondo fisico. Eppure non si può tralasciare il fatto che tali interpretazioni scaturiscano in ambo i casi dalla soggiacente impostazione filosofica e d.altro canto si originino da riflessioni sulla relatività,  da riflessioni sulla nozione di sostanza,  da riflessioni sulla capacità rappresentativa della geometria. D'altra parte l'idea di non considerare le proprietà come 'possedute' da oggetti,  quantomeno nel senso di oggetti  esistenti indipendentemente da esse,  è un elemento teoretico fondamentale delle posizioni strutturaliste in tutte le loro manifestazioni. Sulla base di questa idea troviamo in Cassirer l'affermazione secondo cui la manifestazione costante di una certa relazione non è una ragione sufficiente per inferire la presenza di una portatore,  contrariamente all'impostazione meccanicistica in base alla quale tutti i fenomeni sono riconducibili a fenomeni del moto e questi a loro volta necessitavano la presenza di siffatti portatori. In questo nuovo senso egli riconcettualizza ad esempio la carica dell'elettrone,  come relazione costante priva di un costante 'carrier'.&#xD;
Il quinto capitolo vaglia le conseguenze filosofiche di un tale approccio nei termini della metafisica suggerita,  in ambito strutturalista,  per la meccanica quantistica e le problematiche ad esso correlate. La prospettiva 'gruppale' esaminata nel capitolo precedente viene confrontata in primo luogo con la natura delle proprietà coinvolte nelle descrizioni quantistiche nel tentativo di sostenere che si tratti di proprietà puramente relazionali. In secondo luogo si analizza il rapporto tra questa riconcettualizzazione relazionale delle proprietà e la nozione di individualità/identità. La posizione di Eddington nei confronti di proprietà e relazioni ammette una sorta di codeterminazione costante tra relazioni e relata. Prescindendo momentaneamente dall'aspetto idealista e considerando unicamente la sua forma di strutturalismo,  ci troviamo di fronte ad una assunzione meno forte rispetto alla forma eliminativista di realismo strutturale ( French e Ladyman). E tuttavia  costituisce già un distacco rispetto al realismo standard. D'altro canto una serie di problemi restano aperti per lo strutturalismo ontico eliminativo. In primo luogo a parte lo spin,  che è effettivamente provvisto di una caratterizzazione gruppale,  manca nella letteratura strutturalista una trattazione dettagliata della traduzione relazionale di una proprietà come la massa. Né si ha una chiara trattazione di come dar conto della,  per così dire,  diversificazione delle occorrenze: il fatto cioè che una certa quantità di massa e una certa quantità di carica e una certa quantità di spin provvista,  sì,  delle caratteristiche simmetriche,  si trovino sempre 'aggregate' insieme in un certo modo (che ci fa parlare,  a seconda dei casi,  di elettroni o piuttosto di protoni,  o piuttosto di pioni o piuttosto di'lo zoo di particelle'). L'attenuante potrebbe essere data dal fatto che la massa può essere associata alla rappresentazione irriducibile del gruppo di Poincarè (vedi Castellani,  French.). Ma anche in questo caso l'associazione va declinata: come va intesa? Come la massa e lo spin acquisiscono la loro quantità caratteristica? Non si vuol sostenere che non sia possibile una tale visione,  ma il realismo strutturale ontico manca attualmente di una precisa delucidazione di come queste associazioni possano essere comprese. Sulla base dei principi di simmetria dei sistemi fisici otteniamo certi invarianti per trasformazioni gruppali. Attraverso di essi si formula una struttura di 'tipi naturali' in cui le tradizionali particelle appaiono come fermioni o bosoni (prima distinzione fondamentale) in base alla rappresentazione del gruppo di permutazioni e come,  ad esempio,  elettroni in base alle proprietà associate con la rappresentazione irriducibile del gruppo di Poincarè (massa e spin). In questa prospettiva la distinzione fermione/bosone è considerata come la più fondamentale distinzione all'interno della struttura stessa. D'altro canto si può dubitare che tale caratterizzazione sia effettivamente indipendente da particelle/campi o altro: difatti si riconosce che di partenza esse hanno un ruolo euristico,  che,  si sosterrà,  non può essere completamente obliato. Tanto più si rivela plausibile in questo senso un ritorno all'idea Eddingtoniana di struttura-gruppo,  nella quale i relata non sono completamente in dismissione. Infine la possibilità di descrivere i nodi della struttura implica ad un certo momento l'esistenza di questi nodi. Il fatto che una certa descrizione sia 'permessa' è sottoderminato rispetto al fatto che le proprietà rilevanti siano determinate dalla struttura o piuttosto la determinino.&#xD;
Ciononostante l'effettiva rilevanza della teoria dei gruppi come linguaggio significante nelle teorie contemporanee e la capacità della visione strutturalista di fornire un chiaro approccio alla relatività generale nel suo profondo legame con le proprietà fondamentali dello spaziotempo e della materia (nei termini di un tessuto di determinazione) rendono il dibattito sull'approccio strutturalista un interessante campo di ricerca. La proposta interpretativa del RSO richiede ulteriori discussioni ed argomentazioni &#xD;
1) del passaggio dalle descrizioni matematiche al significato fisico che se in relatività ha avuto una limpida delucidazione nelle riflessioni di Riemann/Einstein,  in meccanica quantistica richiede ancora un approfondimento e non può essere considerata come immediata.&#xD;
2)dell'idea che la descrizione 'gruppale' debba essere una evidenza per la dissoluzione dei relata. La non-individualità delle particelle,  sia pure intese come campi,  non genera automaticamente l'idea che esse non abbiano alcun peso ontologico nella struttura. In questa prospettiva l'approccio à la Eddington ancora permette un indebolimento del peso ontologico dei relata piuttosto che una loro eliminazione e il corrispondente aumento di valore delle relazioni. In questo senso può essere associato a forme più moderate di realismo strutturale à la Esfeld e Lam&lt;/Abstract&gt;</description>
    <dc:date>2009-04-23T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/2307/448">
    <title>Alexandre Kojève tra filosofia e potere ovvero l'azione politica del filosofo</title>
    <link>http://hdl.handle.net/2307/448</link>
    <description>&lt;Title&gt;Alexandre Kojève tra filosofia e potere ovvero l'azione politica del filosofo&lt;/Title&gt;
&lt;Authors&gt;Guetti, Carla&lt;/Authors&gt;
&lt;Issue Date&gt;2009-04-24&lt;/Issue Date&gt;
&lt;Abstract&gt;L'impianto generale del lavoro tiene ferme due direttrici,  che,  a partire dal secondo dopoguerra e in&#xD;
maniera significativa,  sembrano coincidere nella complessa esistenza di Alexandre Kojève,  ovvero quella&#xD;
della riflessione teorico-speculativa del filosofo e quella dell'attività concreta e pratica dell'uomo&#xD;
politico.&#xD;
La vita quanto meno avventurosa dell'esule russo si intreccia con la stesura di scritti importanti e di&#xD;
eventi storici significativi: dall'infanzia e adolescenza trascorse a Mosca,  dove nasce nel 1902 e rimane&#xD;
fino al 1920,  all'esilio in Germania prima a Berlino e poi ad Heidelberg,  dove segue le lezioni di Karl&#xD;
Jaspers,  con cui si laurea in filosofia con una tesi sulla metafisica del russo Solov'ev,  fino all'approdo in&#xD;
Francia a Parigi nell'estate del 1926. Da studioso di filosofia e non solo - l'interesse per la religione e la&#xD;
scienza,  la passione per il buddismo e la civiltà orientale a interprete di Hegel negli anni 1933-`39&#xD;
durante i quali tiene presso l'Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi le famose lezioni sulla&#xD;
Fenomenologia dello spirito di Hegel,  fino alla partecipazione alla seconda guerra mondiale prima come&#xD;
soldato e poi tra le fila della Resistenza francese. Infine dal 1945 al 1968,  data della sua morte,  Kojève&#xD;
sembra vivere una seconda vita: abbandonato per sempre l'insegnamento e l'ambiente accademico, &#xD;
ricopre la carica di uomo di Stato chiamato da Robert Marjolin,  suo allievo ai tempi del seminario&#xD;
francese,  come eminenza grigia dell'Amministrazione francese presso la Direction des relation&#xD;
economiques extérieures,  la DREE. Dal suo primo impegno nell'OECE (Organizzazione Europea di&#xD;
Cooperazione Economica),  organismo che dal 1948 riunisce i 18 principali stati dell'Europa occidentale&#xD;
ed è deputato a ripartire tra i vari paesi i finanziamenti del piano Marshall,  per creare un mercato unico&#xD;
europeo in grado di integrare le economie nazionali mediante la libera circolazione delle merci e delle&#xD;
monete; all'impegno con il GATT (General agreement on tariffs and trade) per incentivare lo sviluppo&#xD;
del terzo mondo; fino ai maggiori successi in campo politico ottenuti dal 1959 nell'ambito del Kennedy&#xD;
round e tra il 1964 e il 1967 nei negoziati sulle preferenze tariffarie atte a favorire l'esportazione dei&#xD;
prodotti agricoli dei paesi in via di sviluppo. Muore il 4 giugno del 1968 a Bruxelles,  spento da un malore&#xD;
cardiaco al termine del suo intervento nella riunione del Mercato comune durante il quale aveva&#xD;
denunciato l'insufficienza e il ritardo di una reale politica comunitaria.&#xD;
Di certo la personalità di Kojève è tale da non lasciare indifferenti. Fuori dagli schemi accademici, &#xD;
non riveste il ruolo del professore della Sorbonne,  tuttavia determina le sorti di almeno due generazioni di&#xD;
3&#xD;
studiosi. Pur intraprendendo una brillante carriera che lo porterà a far parte di un'élite internazionale,  non&#xD;
abbandonerà mai la filosofia,  continuando a studiare e ad essere un punto di riferimento degli intellettuali&#xD;
più importanti del secondo dopoguerra. In ogni caso il multiverso orizzonte di Kojève ancora oggi suscita&#xD;
vasto interesse tra gli studiosi e tante sono le pubblicazioni di suoi inediti e di interpretazioni&#xD;
storiografiche che in questi anni hanno alimentato e alimentano il dibattito su di lui in Italia e all'estero.&#xD;
Altrettanto articolata è la ricostruzione della vasta e varia produzione di Kojève tra opere edite,  dal&#xD;
1926 al 1968,  volumi e scritti postumi,  pubblicati dal 1970 fino a oggi,  parte dei quali non ancora tradotti&#xD;
in italiano,  perciò in lingua per lo più francese e tedesca ma anche inglese e russa. Per esempio è&#xD;
dell'aprile del 2008 la pubblicazione in Italia di uno degli scritti più interessanti e ancora inesplorati di&#xD;
Kojève L'ateismo,  cui il presente lavoro dedica una parte dell'argomentazione,  sostenendo che questo&#xD;
tema sia il fil rouge nella costruzione di tutto il sistema filosofico kojeviano.&#xD;
Il presente studio analizza il clima filosofico francese legato alla Hegelrenaissance per meglio&#xD;
comprendere la portata del famoso seminario di Kojève sulla Fenomenologia dello spirito di Hegel.&#xD;
Perciò la ricerca esamina sia l'opera dei tre grandi interpreti hegeliani,  Jean Wahl,  Alexandre Koyré e&#xD;
Jean Hyppolite,  accomunati,  sull'influsso diltheyano,  da un interesse per l' Hegel degli scritti giovanili e&#xD;
della Fenomenologia,  sia la consolidata bibliografia sugli studi hegeliani in Francia. In questo clima&#xD;
filosofico si inserisce il lavoro di Kojève,  il quale fino al 1939,  anno dello scoppio della seconda guerra&#xD;
mondiale,  terrà ogni lunedì pomeriggio le sue lezioni,  ormai leggendarie,  che verranno riunite e&#xD;
pubblicate nel 1947 ad opera del suo allievo e amico Raymond Queneau. L'importanza che esse rivestono&#xD;
è testimoniata non solo dal calibro degli uditori,  quali Lacan,  Bataille,  Blanchot,  Queneau,  Merleau-&#xD;
Ponty,  Weil,  Breton,  solo per citarne alcuni,  ma anche dall'influenza esercitata nelle generazioni&#xD;
successive fino a Derrida e Nancy. Addirittura si può sostenere che la stessa filosofia francese dell'ultimo&#xD;
mezzo secolo,  sia in qualità di interprete di Hegel sia come espressione del pensiero filosofico&#xD;
contemporaneo,  non può non tener conto del fatto che si sia mossa sulla traccia dell'Hegel di Kojève.&#xD;
Il presente lavoro si sofferma su alcuni concetti dell'Introduction à la lecture de Hegel di Kojève, &#xD;
come ontologia dualistica,  Desiderio e Riconoscimento,  Signore e Servo,  Stato universale e&#xD;
omogeneo e fine della Storia,  mostrando la forza e la spregiudicatezza dell'interpretazione di Kojève, &#xD;
il quale in più occasioni in modo palese o nascosto rivela o camuffa la sua vera intenzione: quella per cui&#xD;
il suo lavoro non ha il carattere di uno studio storico degli scritti di Hegel,  ma di un corso di antropologia&#xD;
fenomenologica,  per cui il testo hegeliano viene piegato di volta in volta,  se non addirittura costruito dalle&#xD;
4&#xD;
stesse pagine hegeliane. In questo Kojève non è un divulgatore di Hegel,  ma di certo,  come sostiene&#xD;
Remo Bodei,  egli fa parte a pieno titolo del pantheon dei filosofi del Novecento.&#xD;
La tesi affronta l'oggetto vero e proprio ovvero lo studio del rapporto tra filosofia e potere nella vita&#xD;
e nell'opera di Alexandre Kojève,  sottolineando il fatto che l'attenzione alle tematiche di filosofia politica&#xD;
occupa in modo costante la riflessione teorico-speculativa,  intrecciandosi dopo il 1945 anche con l'attività&#xD;
concreta e pratica di uomo politico. Gli scritti di Kojève dedicati alla politica e al diritto e presi in&#xD;
considerazione sono principalmente: il testo La notion de l'autorité,  scritto nel 1942,  ma edito in Francia&#xD;
nel 2004 e non ancora tradotto in italiano; l'opera Esquisse d'une phénomenologie du droit,  del 1943 ma&#xD;
pubblicata postuma nel 1982; il saggio Esquisse d'une doctrine de la politique francaise,  del 1945 ma&#xD;
edito postumo nel 1990; L'action politique des philosophes,  pubblicato nel 1950.&#xD;
Il lavoro evidenzia come quei temi emersi già nell'Introduction à la lecture de Hegel vengano&#xD;
ripresi da Kojève e declinati ora con i concetti di autorità,  azione politica,  potere,  diritto,  in vista di un&#xD;
nuovo assetto mondiale politico e giuridico,  di una nuova antropologia tesa al libero dispiegamento delle&#xD;
facoltà umane e al riconoscimento universale di tutti gli uomini in quanto tali. Nella visione di Kojève il&#xD;
superamento del politico,  indagato con le categorie di amico/nemico mutuate da Carl Schmitt,  lascia il&#xD;
posto al diritto,  che nella sua autonomia e specificità rispetto a tutti gli altri fenomeni umani,  implica&#xD;
necessariamente di fronte ad una relazione tra due l'intervento di un terzo imparziale e disinteressato. Il&#xD;
diritto del Signore,  fondato sull'idea dell'eguaglianza e il diritto del Servo basato sull'idea dell'equità, &#xD;
trovano la sintesi nel diritto del Cittadino,  che trae la sua legittimità dall'idea di giustizia dell'equità e la&#xD;
sua realizzazione nello Stato universale e omogeneo,  ovvero nello Stato della fine o meglio del&#xD;
compimento della Storia. Al di là dell'originalità del pensiero di Kojève che ancora oggi alimenta il&#xD;
dibattito filosofico e segnatamente politico sia in Europa che negli USA,  con interpretazioni che vanno&#xD;
dalla denuncia del ritorno dell'uomo all'animalità al trionfo del liberalismo e della globalizzazione,  ciò&#xD;
che emerge è la profonda conoscenza da parte dell'autore russo dei temi della tradizione della filosofia&#xD;
politica e giuridica. Quasi in un gioco di specchi e di rimandi Kojève sembra discutere il Gerone di&#xD;
Senofonte ma nello stesso tempo sta criticando On Tyranny di Leo Strauss,  rendendo il confine tra&#xD;
passato e presente,  detto e non detto,  apparenza e realtà,  sempre più sottile,  esercitando in modo sublime&#xD;
la raffinata arte della scrittura e spingendo il lettore almeno ad una duplice lettura se non addirittura ad&#xD;
una lettura tra le righe.&#xD;
5&#xD;
Infine,  la tesi richiama l'attività di Kojève come uomo di stato,  il quale,  in qualità di consigliere&#xD;
segreto del principe,  dopo la seconda guerra mondiale,  contribuisce in modo significativo alle scelte&#xD;
politiche ed economiche della comunità europea e mondiale,  legando in tal modo e indissolubilmente la&#xD;
sua riflessione filosofica sul rapporto tra l'intellettuale e il politico all'agire politico concreto. Mente&#xD;
affilata,  in questi anni Kojève matura l'idea che un nuovo capitalismo,  destinato alla mondializzazione, &#xD;
possa condurre al superamento della lotta di classe mediante la redistribuzione del plus-valore,  e quindi&#xD;
alla realizzazione dello Stato universale e omogeneo,  precedentemente teorizzato; comprende,  in piena&#xD;
guerra fredda,  che il vero asse del conflitto si è spostato dalla contrapposizione est-ovest a quella nord-&#xD;
sud cioè alla frattura planetaria che oppone i paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo.&#xD;
In conclusione l'intento della tesi è quello di dimostrare non solo che Kojève può essere considerato&#xD;
a pieno titolo un filosofo europeo tra i più significativi nel panorama culturale dell'Europa del&#xD;
Novecento,  ma anche che egli contribuisce in modo decisivo alla costituzione di un'idea filosofica e&#xD;
politica dell' Europa e del mondo con il suo impegno e di intellettuale e di politico.&lt;/Abstract&gt;</description>
    <dc:date>2009-04-23T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/2307/435">
    <title>Verso un realismo critico : esperienza e soggettività nelle fenomenologie di C.S. Peirce e E. Husserl</title>
    <link>http://hdl.handle.net/2307/435</link>
    <description>&lt;Title&gt;Verso un realismo critico : esperienza e soggettività nelle fenomenologie di C.S. Peirce e E. Husserl&lt;/Title&gt;
&lt;Authors&gt;Luisi, Maria&lt;/Authors&gt;
&lt;Issue Date&gt;2009-04-24&lt;/Issue Date&gt;
&lt;Abstract&gt;Per mettere a confronto il pensiero di Charles Peirce e Edmund Husserl occorre tenere conto del punto&#xD;
di partenza dal quale i due autori iniziarono il loro percorso filosofico. Entrambi dedicarono le loro&#xD;
prime ricerche alla logica così da poter fornire nuove basi alla filosofia,  basi che fossero più salde di&#xD;
quelle che i grandi sistemi metafisici avevano costruito nei secoli. Peirce elaborò una logica imponente&#xD;
che determinò tutto il suo pensiero,  mentre Husserl si occupò di questi problemi nelle prime opere e in&#xD;
particolare nelle Ricerche Logiche.&#xD;
C'è un tema in particolare sul quale le loro indagini mostrano una grande affinità ed è quello dello&#xD;
statuto dei generali. La logica antica e medievale era dominata dal dibattito sulla realtà degli universali.&#xD;
Platone,  Aristotele e gli stoici posero le basi per quella che in età medievale divenne la disputa tra realisti&#xD;
e nominalisti. Secondo i realisti i concetti universali esisterebbero a tutti gli effetti,  mentre i nominalisti, &#xD;
forti di principi quali il rasoio di Ockham,  sostengono che tali enti non possano esistere e siano pure&#xD;
funzioni logiche utilizzate dal pensiero per assolvere le sue funzioni. Entrambe le posizioni presentano&#xD;
diversi problemi,  perché se da un lato è difficile giustificare lo statuto ontologico che i realisti&#xD;
vorrebbero assegnare agli universali,  d'altro canto non è sufficiente ridurre i concetti universali a pure&#xD;
funzioni linguistiche,  perché così facendo non si riesce a comprendere come possano agire tanto&#xD;
profondamente sulla realtà.&#xD;
In questo contesto è particolarmente interessante la figura di Duns Scoto che,  attraverso i concetti di&#xD;
hecceitas e quidditas,  elabora un'ipotesi che riesce a giustificare tanto gli universali quanto gli individuali.&#xD;
Inoltre,  sempre Duns Scoto pone al centro della sua teoria della conoscenza il concetto di intenzione, &#xD;
che la fenomenologia utilizzerà traendo spunto proprio dalla filosofia medievale.&#xD;
Il dibattito sui concetti generali riprende in età moderna con l'empirismo inglese. Locke,  Berkeley e&#xD;
Hume sostengono che l'unica base certa per la conoscenza siano le sensazioni. Da esse nascono le idee&#xD;
semplici della mente e combinando le idee semplici si formano le idee complesse attraverso le quali il&#xD;
pensiero svolge la sua attività. Secondo l'empirismo,  allora,  gli universali non sono altro che il frutto&#xD;
della capacità astrattiva del pensiero il quale,  a partire da un gruppo di sensazioni,  riconosce un carattere&#xD;
comune e immagina che tale carattere possa esistere veramente. In realtà non è possibile trovare nessun&#xD;
oggetto sensibile che corrisponda al "rosso" o alla "giustizia"; questi sono solo nomi che vengono creati&#xD;
per astrazione e reificarli rappresenta un errore logico.&#xD;
Husserl critica una simile riduzione dei generali nella seconda delle Ricerche Logiche,  dove sostiene che&#xD;
ridurre i generali a strumenti dell'economia del pensiero sia assurdo. È vero che quando osserviamo&#xD;
degli oggetti e astraiamo un loro carattere comune,  quel carattere non assume un'esistenza separata,  ma&#xD;
ciò non vuol dire che allora non esista affatto. L'astrazione non può neppure essere ridotta a una forma&#xD;
di attenzione o di rappresentanza. Se si applicano simili semplificazioni non ci si accorge che senza&#xD;
concetti generali non è possibile spiegare la maggioranza delle operazioni del pensiero. La mente&#xD;
costruisce continuamente giudizi a partire da concetti universali e ciò che questi ultimi esprimono non&#xD;
può essere ridotto in alcun modo a una somma di individuali,  per quanto grande possa essere.&#xD;
L'universale è in grado di abbracciare un insieme infinitamente grande di elementi in un'unica&#xD;
pulsazione,  in un atto istantaneo; tale capacità non può essere spiegata se non si ammette l'esistenza&#xD;
della generalità. Peirce scrisse nel 1871 una recensione all'opera completa di Berkley pubblicata da&#xD;
Fraser,  nella quale si può trovare una difesa altrettanto decisa della realtà degli universali. Secondo&#xD;
Peirce l'errore fondamentale di Berkely e Locke consisterebbe nell'aver ridotto il soggetto a uno stato di&#xD;
isolamento completo dal mondo,  del quale riceverebbe solo delle informazioni parziali attraverso i&#xD;
sensi. Se si assume una simile visione dell'uomo diventa impossibile capire la natura dei generali e viene&#xD;
negata la loro realtà solo perché non è possibile averne un'impressione diretta. Eppure,  come si può&#xD;
negare che tali concetti agiscano realmente nel mondo? La legge di gravitazione,  ad esempio,  è un&#xD;
generale che determina in modo sostanziale il nostro comportamento e non abbiamo nessun dubbio&#xD;
che continuerà a esercitare la sua azione anche in futuro. Nessun infatti si stupirebbe se,  lasciando&#xD;
andare un oggetto che teniamo in mano,  esso cadesse al suolo. Come si può affermare,  allora,  che un&#xD;
concetto che ci permette di formulare previsioni sul futuro che vengono puntualmente confermate&#xD;
dagli eventi non esista?&#xD;
Secondo Peirce,  non solo i generali sono reali,  ma lo sono a maggior titolo degli individuali. Questi&#xD;
ultimi,  infatti,  impongono la loro esistenza in modo brutale,  mentre gli universali permettono di&#xD;
scoprire le leggi che governano l'universo stesso e quindi di conoscere la sua essenza profonda.&#xD;
Occorre comprendere,  però,  quale idea di realismo permetta a Peirce e a Husserl di sviluppare una&#xD;
simile concezione della realtà. Infatti,  la loro posizione è in netto contrasto con il nominalismo ma non&#xD;
può neppure essere assimilata al realismo classico.&#xD;
Ciò che distingue Peirce e Husserl dalla contrapposizione nominalismo/realismo è la concezione del&#xD;
rapporto che lega la mente e il mondo. Lo scopo delle loro analisi non sta nel cercare di capire se gli&#xD;
universali risiedano nella mente oppure abbiano un'esistenza esterna reale.&#xD;
I generali non vanno cercati né "dentro" la nostra testa né "fuori" tra gli oggetti concreti; e questo non&#xD;
perchè la loro natura sia di un terzo tipo,  diverso e intermedio tra entità psichiche e fisiche,  ma perché&#xD;
non esiste alcuna barriera invalicabile che divida la coscienza dal mondo. Con ciò non si vuole dire che&#xD;
non esista differenza tra il mondo esterno e quello interno alla mente,  tra i pensieri e gli oggetti&#xD;
concreti. Il punto decisivo è che la conoscenza inizia sempre come rapporto diretto con il mondo,  con&#xD;
la realtà in quanto tale e non con una sua proiezione più o meno fedele creata dalla mente.&#xD;
Il cuore di tale concezione sta quindi nel riportare al centro la relazione tra il soggetto e l'oggetto&#xD;
conosciuto. Questa novità nel modo di concepire il rapporto coscienza-mondo permette a entrambi i&#xD;
filosofi di eliminare il problema della "cosa in sé" kantiana e di reimpostare il rapporto tra trascendenza&#xD;
e immanenza a partire dalla nozione di fenomeno. Non esiste l'essere come entità statica e sempre&#xD;
uguale a se stessa verso il quale la mente cerca di gettare dei ponti per entrarvi in contatto; il rapporto&#xD;
tra questi due elementi è già sempre in atto e li costituisce entrambi.&#xD;
Il secondo capitolo è dedicato all'approfondimento del realismo peirceiano e alla descrizione della sua&#xD;
fenomenologia.&#xD;
Come si è osservato in precedenza,  Peirce ritiene che gli universali siano reali a maggior titolo degli&#xD;
individuale e questo deriva dalla sua particolare concezione di realtà che è legata al tema della&#xD;
continuità.&#xD;
Il padre del pragmatismo,  come è noto,  identificava tre categorie fondamentali che fungono da base per&#xD;
tutta la realtà. La primità,  chiamata anche qualità,  la secondità,  o reazione,  e la terzità,  o&#xD;
rappresentazione. Gli oggetto individuali appartengono alla seconda categoria,  in quanto la loro&#xD;
esistenza consiste nella semplice reazione. Essi non sono oggetto di una rappresentazione che permetta&#xD;
di comprendere la relazione che li lega al resto dell'universo ma fanno forza sul soggetto senza&#xD;
rispondere a nessun ordine apparente. Le leggi universali,  al contrario,  non possiedono una simile brutalità ma consentono di comprendere quale sia la struttura profonda della natura e di regolare le&#xD;
proprie azioni di conseguenza,  per questo sono reali a maggior titolo degli individuali.&#xD;
Se la terzità rappresenta la realtà nella sua vera essenza,  la continuità,  che per Peirce è il livello più&#xD;
autentico della terzità,  è il vertice del reale. La realtà nella sua massima espressione coincide con il&#xD;
continuo,  dunque la realtà in senso pieno è una dimensione nella quale la mediazione ha raggiunto un&#xD;
grado così elevato da aver eliminato ogni distinzione. Peirce chiama la sua teoria col nome di&#xD;
"sinechismo" e essa implica che non possano esistere confini rigidi tra i singoli individui. Se si osserva&#xD;
la natura profonda delle cose,  si scoprirà che non esistono dati bruti perché ogni fatto è un segno che&#xD;
rimanda a una segno ulteriore,  prendendo parte a una catena semiotica infinita.&#xD;
Da qui nascono le tesi anti-intuizioniste di Peirce,  la sua certezza nella verità che si svelerà nel futuro&#xD;
per la comunità degli interpretanti,  la sua teleologia.&#xD;
Teorie simili nascono da profondi studi semiotici e matematici ma sembrano essere difficilmente&#xD;
conciliabili con l'esperienza. Infatti,  per quanto si possa ammettere l'importanza della rappresentazione&#xD;
per la conoscenza,  le nostre percezioni comuni testimoniano un mondo fatto di oggetti individuali che&#xD;
agiscono direttamente sulla mente e ne influenzano le credenze.&#xD;
Per rispondere a questi interrogativi,  che possono essere ricondotti all'antica disputa sul principium&#xD;
individuationis,  Peirce ritenne di dover analizzare più attentamente la componente pre-semiotica del reale.&#xD;
Intorno al 1880-90 non si accontentò più delle tesi giovanili sulla semiosi infinita e si rese conto che, &#xD;
riducendo tutto alla rappresentazione,  sarebbe stato impossibile spiegare il progresso continuo della&#xD;
conoscenza e la sua capacità di acquisire nuove informazioni. Se ogni cognizione fosse prodotta sempre&#xD;
e solo da una cognizione precedente,  la mente dovrebbe essere prigioniera di se stessa,  eppure ciò non&#xD;
accade. Evidentemente,  allora,  deve esistere uno strato pre-semiotico nel quale la mente conosce il&#xD;
mondo senza possederne ancora un rappresentazione adeguata. Da qui nasce la teoria degli indici in&#xD;
campo semiotico e la fenomenologia per affrontare lo studio dell'esperienza.&#xD;
Questo genere di studio non produce conoscenza in senso pieno,  perché essa si realizza solo attraverso&#xD;
la mediazione e la rappresentazione,  quindi attraverso i simboli; si tratta,  però,  di una fase che è&#xD;
necessario attraversare perché il rapporto col mondo non resti una pura illusione,  intrappolato nei&#xD;
confini stessi del soggetto.&#xD;
La fenomenologia,  o faneroscopia,  identifica tre categorie sempre presenti in ogni fenomeno,  chiamate&#xD;
firstness,  secondness e thirdness,  modellate sulle classiche categorie descritte in On a new list of categories del&#xD;
1867. Il problema del principium individuationis declinato in senso fenomenologico diventa allora il&#xD;
problema del rapporto tra la seconda categoria (chiamata anche "lotta",  con la quale si intende il colpo&#xD;
brutale che riceviamo dall'esperienza ogni volta che essa non si conforma alle nostre aspettative) e la&#xD;
terza (detta anche "legge",  che indica una generalità riconosciuta nei fatti e capace di riportare ordine e&#xD;
spiegare le relazioni tra i singoli eventi).&#xD;
In Telepathy del 1903 Peirce studia questo problema nel caso particolare dei fenomeni percettivi. Questi&#xD;
sono composti da una parte totalmente incontrollabile dalla coscienza chiamata "percetto",  dotata di un&#xD;
contenuto positivo che si impone al nostro riconoscimento. Accanto a questa c'è la parte già&#xD;
interpretante chiamata "giudizio percettivo" che consiste nell'asserzione che inconsapevolmente&#xD;
formuliamo quando abbiamo un'intuizione. Si tratta a tutti gli effetti di un giudizio,  con la particolarità&#xD;
che su esso non possiamo esercitare alcun controllo.&#xD;
Occorre però fare chiarezza su quale sia il rapporto tra queste due componenti della percezione e la&#xD;
soluzione che Peirce offre coinvolge il continuo temporale. Percetto e giudizio percettivo non sono in&#xD;
alcun modo riducibili l'uno all'altro ma si susseguono nel tempo in modo tale che non è possibile&#xD;
identificare il confine che li separa. Dato che il tempo è un fenomeno continuo,  dunque legato alla&#xD;
thirdness,  sembrerebbe che ancora una volta l'aspetto individuale,  di "secondità" finisca coll'essere&#xD;
subordinato al dominio della mediazione della terza categoria. Quindi,  per quanto la fenomenologia&#xD;
abbia rappresentato il tentativo di superare il dominio della mediazione,  essa torna come elemento&#xD;
chiave nel cuore dell'esperienza percettiva stessa.&#xD;
Questo giudizio non è definitivo perché esistono manoscritti,  in particolare quelli nei quali Peirce si&#xD;
occupa del tema dell'Esperienza e della Sorpresa,  nei quali la componente brutale e individuale della&#xD;
conoscenza è considerata come l'unica fonte possibile di novità. Resta in ogni caso un problema aperto: &#xD;
Peirce sostenne per tutta la vita l'irriducibilità reciproca di secondness e thirdness ma di fatto il sinechismo&#xD;
sembra sancire il dominio della continuità e della rappresentazione mettendo in serio pericolo&#xD;
l'esistenza dell'individualità.&#xD;
La sezione dedicata a Husserl segue lo sviluppo di un tema in particolare all'interno della sua riflessione, &#xD;
vale a dire quello dell'evidenza. Questo concetto risulta centrale per la conoscenza perché la verità dei&#xD;
giudizi secondo il filosofo tedesco nasce dall'evidenza e l'evoluzione di tale nozione rispecchia&#xD;
l'evoluzione stessa della fenomenologia.&#xD;
Nelle Ricerche Logiche l'evidenza è trattata in termini piuttosto vicini a quelli cartesiani. I giudizi "chiari&#xD;
e distinti" delle Meditazioni metafisiche avevano la proprietà di essere evidenti in quanto la loro verità&#xD;
poteva emergere in modo inequivocabile e istantaneo. Un giudizio che fondasse la sua correttezza sul&#xD;
contesto o su una verifica distesa nel tempo non avrebbe potuto essere evidente. Per questo le&#xD;
percezioni esterne,  essendo fallibili,  devono essere escluse dalla conoscenza autentica. Lo stesso&#xD;
Brentano riprende quest'impostazione cartesiana e limita l'evidenza alla percezione interna; inoltre&#xD;
classifica i fenomeni psichici come intenzionali escludendo però le sensazioni che vengono comprese&#xD;
tra i fenomeni fisici.&#xD;
Husserl già nelle sue prime opere contesta questa classificazione e ricomprende le intuizioni&#xD;
nell'intenzionalità,  tuttavia nelle Ricerche Logiche si può certamente notare una tendenza a limitare&#xD;
l'evidenza all'istante,  come se la condizione per la chiarezza fosse l'eliminazione di ogni legame con&#xD;
altre impressioni.&#xD;
In questo senso le Lezioni per la fenomenologia della coscienza interna del tempo segnano un&#xD;
cambiamento radicale. Qui Husserl contesta ancora gli studi di Brentano e afferma che le esperienze di&#xD;
durata,  come l'ascolto di una melodia,  non possono essere spiegate attraverso l'azione della fantasia.&#xD;
Non è vero che l'esperienza è costituita da intuizioni istantanee colmate poi dall'immaginazione,  perché&#xD;
se così fosse non si potrebbe spiegare come sia possibile avere percezioni che durano. Al contrario,  gli&#xD;
oggetti stessi sono temporali e la coscienza che li percepisce è a sua volta distesa nel tempo. La&#xD;
percezione è un fenomeno stratificato che si arricchisce continuamente per azione della ritenzione, &#xD;
dunque la temporalità è una dimensione essenziale della nostra esperienza del mondo.&#xD;
Le Lezioni sulla sintesi passiva determinano un altro passo decisivo. Qui Husserl sviluppa l'indagine&#xD;
dell'esperienza ante-predicativa,  vale a dire di quel campo nel quale l'intelletto non ha ancora operato le&#xD;
sue sintesi attive. Si tratta di un territorio spesso ignorato che costituisce il fondamento per tutti i livelli&#xD;
superiori della coscienza e in esso si costruiscono le basi del ragionamento logico in senso proprio. La&#xD;
peculiarità dell'esperienza ante-predicativa consiste nel fatto che le sue leggi non sono dominabili dal&#xD;
soggetto ma prendono forma autonomamente così che il soggetto si trova a riconoscerle quando sono&#xD;
già costituite. I fenomeni percettivi sono un terreno privilegiato per studiare il modo di operare di&#xD;
quest'attività sintetica passiva che Husserl studia prima di tutto dal punto di vista noetico,  vale a dire dei&#xD;
semplici vissuti,  senza considerare il problema dell'esistenza reale dell'oggetto. Nello studio dei vissuti si&#xD;
rivelano due generi di sintesi formali,  quella temporale e quella associativa; esse pongono le basi per&#xD;
l'emergere dell'oggetto che si impone nel fenomeno dell'"affezione". L'affezione indica la tensione che&#xD;
la cosa esercita sulla coscienza per guadagnarne l'interesse e senza della quale l'esperienza resterebbe un&#xD;
flusso indeterminato di impressioni. Anche l'affezione precede ogni attività della coscienza; essa apre le&#xD;
porte alla "recettività" che è la prima forma di attività del soggetto. In effetti non si tratta propriamente&#xD;
di un'attività ma piuttosto di un'obbedienza al dato,  di un'accettazione della sua essenza così come si&#xD;
dà. Da qui inizia il percorso che condurrà a tutte le forme attive di sintesi e di ragionamento.&#xD;
Qual è in questo contesto il ruolo dell'oggetto trascendente? Esiste o è solo una chimera,  sul modello&#xD;
del noumeno kantiano? È già stato detto che il realismo husserliano non pensa l'oggetto come esterno e irraggiungibile,  per questo la fenomenologia comincia dal fenomeno per conoscere il mondo,  fondando&#xD;
quest'ultimo nella relazione intenzionale. D'altra parte Husserl non intende neppure scivolare&#xD;
nell'estremo dello scetticismo humeiano; osservare il fenomeno non significa ridurre tutto all'apparenza&#xD;
e negare ogni certezza alla conoscenza perché l'esperienza testimonia al contrario che una certezza è&#xD;
possibile. La conoscenza che attingiamo nella percezione non è definitiva ma può essere perfezionata, &#xD;
quindi l'oggetto trascendente non consiste in un'entità esterna ma nell'oggetto conosciuto nella sua&#xD;
verità che sarà raggiunta in un futuro indefinito. Si tratta di una verità impossibile da raggiungere in&#xD;
senso assoluto,  ma che di fatto viene sempre sperimentata in alcuni aspetti parziali che Husserl chiama&#xD;
optima pratici. Nella prospettiva di un particolare interesse pratico accade di ottenere la migliore&#xD;
conoscenza possibile di un certo oggetto; se mutassimo prospettiva saremmo di nuovo costretti a&#xD;
riprendere il percorso di conoscenza,  ma muovendoci di interesse in interesse il nostro percorso&#xD;
continua e l'oggetto si arricchisce di sfumature.&#xD;
Questo significa che la verità in senso definitivo non esiste o che è relativa all'interesse alla quale è&#xD;
suscitata? No,  significa che la verità non è un concetto statico e sempre uguale a se stesso ma è in&#xD;
relazione con l'orizzonte intenzionale nel quale sorge. Per questo in Logica formale e trascendentale&#xD;
Husserl parla di verità come "intenzionalità vivente" nella quale l'evidenza non sorge come un lampo&#xD;
ma come un'operazione intenzionale.&#xD;
Nell'ultimo capitolo vengono prima ripresi i punti di affinità tra i due filosofi,  frutto del lavoro d'analisi&#xD;
svolto nei capitoli precedenti,  e in seguito è posto in evidenza il principale punto di discontinuità tra le&#xD;
due filosofie.&#xD;
Le affinità possono essere riassunte in quattro punti:&#xD;
a) Per entrambi non esiste un livello di pura sensazione. L'anti-intuizionismo peirceiano mostra questo&#xD;
con chiarezza,  ma anche la teoria degli adombramenti in Husserl o la descrizione dell'unione tra&#xD;
intuizioni proprie e improprie che rendono la percezione un fenomeno "misto" nascono dalla stessa&#xD;
esigenza. Non ha senso andare in cerca del "puro dato" che fornisca una base per la conoscenza.&#xD;
b) La verità non è un fenomeno istantaneo,  che impone la sua chiarezza una volta per tutte ma si rivela&#xD;
nel tempo.&#xD;
c) La verità non è solo legata alla dimensione temporale ma anche a quella comunitaria. Peirce al&#xD;
riguardo si esprime molto chiaramente parlando del sinechismo e della "verità pubblica". Husserl, &#xD;
d'altra parte,  si occupò a lungo del fenomeno dell'intersoggettività come elemento essenziale per la&#xD;
costituzione del mondo e del soggetto.&#xD;
d) I punti precedenti potrebbero indurre a pensare che i due autori abbiano elaborato una teoria della&#xD;
conoscenza scettica o relativista,  ma questo non è vero. Il punto decisivo per evitare tale deriva consiste&#xD;
nel fatto che per entrambi la struttura fondamentale dell'esperienza non è prodotta attivamente&#xD;
dall'intelletto ma è passiva. Il soggetto è chiamato,  come prima forma di attività,  ad accettare un dato&#xD;
che egli non ha prodotto intenzionalmente ma che si svela a lui come già strutturato.&#xD;
In Husserl questo emerge da tutte le analisi condotte nel terzo capitolo. In Peirce si trova un concetto&#xD;
molto simile in una serie di manoscritti del 1905-8. In generale,  la seconda categoria rappresenta nella&#xD;
fenomenologia l'aspetto di passività,  di ricezione dell'esperienza precedente a ogni elaborazione attiva.&#xD;
Tale categoria,  tuttavia,  appare spesso come un elemento necessario che tuttavia viene superato grazie&#xD;
all'intervento della thirdness.&#xD;
Negli ultimi anni,  invece,  Peirce tornò a lavorare sul concetto di Esperienza descrivendolo,  questa volta, &#xD;
in termini nuovi. Essa è delineata come un elemento intermedio tra seconda e terza categoria e attraverso di essa il soggetto è spinto a cedere all'azione dell'universo. Non si tratta di un aspetto&#xD;
transitorio ma di un fattore stabile che dà forma alla conoscenza e consente la sua crescita continua.&#xD;
Peirce afferma che gli oggetti esercitano una tensione attiva sul soggetto per riguadagnare il loro feeling&#xD;
naturale e tale tensione costituisce la loro stessa essenza. Senza un elemento del genere la mente&#xD;
costruirebbe rappresentazioni autoreferenziali,  mentre l'esistenza di un simile piano passivo garantisce&#xD;
che la nostra conoscenza sia guidata dall'universo stesso al quale dobbiamo solamente sottometterci.&#xD;
Nella seconda parte del capitolo viene approfondito il fattore che distingue radicalmente la&#xD;
fenomenologia di Peirce da quella di Husserl,  vale a dire lo statuto del soggetto.&#xD;
Nel pensiero di Peirce anche la soggettività obbedisce alle leggi del sinechismo,  dunque è un fenomeno&#xD;
continuo,  è il segno più complesso che si possa formare. L'io è un simbolo che non è vincolato alla&#xD;
singolarità contingente dell'individuo attraverso cui si esprime. È una terzità che può appartenere anche&#xD;
a intere comunità di individui e in qualche modo anche all'intero universo. La natura triadica di tale&#xD;
fenomeno emerge con chiarezza nello sviluppo dei bambini,  i quali iniziano a utilizzare la parola "io" in&#xD;
età molto avanzata,  quando già sanno utilizzare il linguaggio per altri scopi. Secondo Peirce,  questo&#xD;
dimostra che in loro è presente una soggettività ancora imperfetta,  che richiede uno sviluppo ulteriore.&#xD;
Lo statuto simbolico del soggetto dimostra allora che l'io non è un'entità individuale ma generale; esso&#xD;
si incarna nei singoli corpi attraverso l'organismo,  quindi può essere definito come una funzione&#xD;
dell'organismo stesso. Alcuni critici sostengono che l'io sia un'astrazione ipostatica che è messa in atto&#xD;
quando osserviamo alcuni abiti d'azione che ricorrono nel comportamento umano. "Like Pinocchio&#xD;
easily led astray,  he [the person] is not yet quite real,  but desperately wants to be.1&#xD;
Queste considerazioni hanno spinto molti commentatori a definire "negativa" la concezione peirceiana&#xD;
dell'io e effettivamente i testi sembrano confermare tale opinione.&#xD;
In particolare vorremmo sottolineare due aspetti critici della teoria di Peirce:&#xD;
1) Se si considera l'io esclusivamente come un simbolo,  si nega che possano esistere delle sue&#xD;
manifestazioni pre-simboliche. Ora,  esistono forme della soggettività,  come l'autocoscienza o la&#xD;
capacità di auto-controllo,  che sono certamente simboliche ma ciò non significa che non esistano altre&#xD;
espressioni dell'io. Ad esempio,  se consideriamo noi stessi come centro di tutte le sensazioni che&#xD;
esperiamo,  se teniamo conto del fatto che la nostra esperienza è sempre assegnata a noi senza possibili&#xD;
errori di riferimento,  proprio attraverso le sensazioni,  scopriremo una dimensione indicale dell'io. Io&#xD;
sono il "qui" ed "ora" delle mie impressioni,  la mia esperienza si riferisce sempre a me stesso e a nessun&#xD;
altro,  anche quando non sono auto-cosciente di me. In questo senso la soggettività è un indice,  ma&#xD;
Peirce ignora totalmente questo campo di riflessione. Si potrebbe esprimere la stessa critica dicendo che&#xD;
Peirce utilizza il metodo fenomenologico in molti campi ma non in quello della soggettività,  nei riguardi&#xD;
della quale si rifiutò sempre di considerare un livello pre-semiotico.&#xD;
2) La seconda critica riguarda il momento sorgivo dell'io,  che Peirce individua all'interno della seconda&#xD;
categoria quando introduce i concetti di ego e non-ego. Il soggetto non possiede dei confini definiti&#xD;
finché rimane nella pura primità,  la sua identità emerge solo nel contrasto con qualcosa di diverso da lui&#xD;
che introduce un fattore di novità nella conoscenza. Tale coppia concettuale (ego/non-ego),  tuttavia&#xD;
presenta una dualità solo apparente. I due termini in quanto tale possono essere ridotti al solo ego, &#xD;
poiché il non-ego è solo una negazione del primo; inoltre lo stesso Peirce in molti manoscritti conferma&#xD;
il primato dell'ego,  affermando che il non-ego non é altro che l'ego che ancora non ha ricompreso se&#xD;
stesso.&#xD;
Questo fatto,  tuttavia,  indebolisce lo stesso ego,  perché se il soggetto si definisce solo in rapporto con&#xD;
la diversità,  ma quest'ultima dimostra di essere solo un'apparenza,  anche l'integrità del polo soggettivo è&#xD;
compromessa.&#xD;
I problemi che nascono dalla teoria peirceiana del soggetto spingono a cercare nuove soluzioni. È stato&#xD;
chiarito che non si può ridurre il soggetto a un simbolo perché in questo modo non è possibile spiegare&#xD;
molte sue manifestazioni pre-semiotiche. Senza comprendere il livello indicale dell'io risulterà&#xD;
impossibile capire quello semiotico,  per questo sono molto preziose le analisi di Husserl che studiò a&#xD;
lungo la soggettività nella sua dimensione pre-riflessiva. L'io pre-riflessivo è quel livello del soggetto che&#xD;
agisce normalmente in tutti gli atti quotidiani,  ad eccezione di quelli riflessivi. Non si tratta&#xD;
necessariamente di un io passivo,  perché esso è presente anche quando dirigiamo volontariamente&#xD;
l'attenzione su qualcosa. Negli atti pre-riflessivi l'io agisce ma il tema della sua azione non è lui stesso, &#xD;
bensì l'oggetto al quale si rivolge. Negli atti riflessivi,  invece,  l'io prende se stesso come tema del suo&#xD;
atto e diventa così auto-cosciente.&#xD;
Lo studio dell'io pre-riflessivo consente a Husserl di mostrare che la soggettività è presente e mostra&#xD;
alcuni tratti ben definiti anche quando non tematizza se stessa. I tre ambiti esemplari nei quali si rivela&#xD;
questo livello dell'io sono:&#xD;
a)la temporalità interna (in particolare il rapporto tra intenzionalità trasversale e longitudinale esposto&#xD;
nelle Lezioni per la fenomenologia della coscienza interna del tempo) b) la corporeità (dove con corpo non si&#xD;
intende il Korper,  ma il Leib descritto in Ideen II) c) la percezione dell'altro (i due casi più significativi a&#xD;
questo proposito sono il fenomeno dell'affezione,  che dimostra che l'attività sorge solo come risposta a&#xD;
uno stimolo esterno,  e la nascita dell'io personale,  che si realizza solo attraverso l'intersoggetività).&#xD;
Oltre la sfera pre-riflessiva,  Husserl studia anche la natura degli atti propriamente riflessivi. Qui il&#xD;
soggetto non rimane più anonimo come nei fenomeni osservati prima,  ma è posto esplicitamente a&#xD;
tema e così si rivela a se stesso. In realtà questo auto-svelamento non è mai totale,  perché nell'atto&#xD;
riflessivo posso cogliere solo l'io appena trascorso e non quello che sta riflettendo nel momento attuale.&#xD;
In questo senso permane sempre un cono d'ombra che rende il soggetto oscuro a se stesso. La&#xD;
chiarezza aumenta solo in un caso particolare della riflessione che è l'epochè trascendentale.&#xD;
Essa si realizza quando cogliamo in un unico atto tutto il corso della nostra vita e,  osservandola, &#xD;
sospendiamo la validità degli oggetti trascendenti in essa contenuti. Questa sospensione permette di&#xD;
cogliere la pura componente soggettiva che compone tutti gli atti della nostra esistenza e così si svela la&#xD;
"soggettività trascendentale".&#xD;
La soggettività trascendentale è descritta in diverse opere,  spesso con tratti apparentemente&#xD;
contradditori,  perché non è chiaro se Hussel la intenda come una funzione logica universale o come&#xD;
un'entità metafisica dotata di un'esistenza reale.&#xD;
Se si considera la trattazione di Ideen II,  dove si parla di "io puro" sembrerebbe che la seconda ipotesi&#xD;
sia la più corretta,  ma non ci si deve fermare a giudizi affrettati.&#xD;
Prima di tutto,  per comprendere tale fenomeno occorre capire quale sia il suo aspetto fondamentale, &#xD;
cosa esso sia effettivamente. Come Husserl ribadisce in più occasioni,  e in particolare in La crisi delle&#xD;
scienze europee,  l'epochè trascendentale svela prima di tutto la correlazione intenzionale,  dunque&#xD;
quest'ultima è anche il fattore dominante della soggettività trascendentale. L'io puro non è il cogito di&#xD;
Cartesio perché l'epoché non conduce a un soggetto vuoto,  privo di mondo,  ma al contrario è&#xD;
costituito dalla relazione col mondo.&#xD;
Questa precisazione è essenziale,  anche se non risolve totalmente i problemi che derivano dalle&#xD;
tendenze "metafisiche" presenti in Ideen II. Qui l'io puro è descritto come immutabile,  irriducibile ai&#xD;
fenomeni,  increato e indistruttibile eppure assolutamente individuale,  tanto che ciascuno ne&#xD;
possiederebbe uno proprio.&#xD;
La ragione della poca chiarezza delle spiegazioni husserliane è dovuta alla difficoltà del problema stesso.&#xD;
Husserl non intende rinunciare a due aspetti dell'io puro:&#xD;
- il primo è la sua universalità che lo rende identico per ogni uomo. La relazione intenzionale non&#xD;
determina solo certi vissuti,  ma tutti e per tutti gli uomini. La sua importanza è tale che essa costituisce&#xD;
il mondo stesso,  tanto soggettivo quanto intersoggettivo.&#xD;
- il secondo aspetto è la centralità del singolo "io" per l'indagine fenomenologica. Husserl non si&#xD;
accontenta di aver trovato un principio universale che spiega ogni esperienza,  ma vuole ribadire che&#xD;
esso non può essere scoperto se non a partire dal proprio io individuale. Ciascuno deve cominciare la&#xD;
propria analisi da sé e dai suoi vissuti ed è la sua singola soggettività che aprirà le porte all'esperienza&#xD;
trascendentale. L'io di ciascuno,  quindi,  non è un'espressione imperfetta di una struttura universale,  ma&#xD;
è il punto di partenza insuperabile per la fenomenologia.&#xD;
La difficoltà di conciliare questi due aspetti è la causa delle apparenti contraddizioni che si trovano nei&#xD;
testi husserliani. Quando prevale il primo aspetto,  notiamo un accento idealista,  quando prevale il&#xD;
secondo,  la soggettività trascendentale appare come un elemento solo teorico e inessenziale per la sua&#xD;
filosofia. In realtà entrambi devono essere presenti per evitare i fraintendimenti nei quali lo stesso&#xD;
Husserl sembra cadere.&#xD;
Conclusioni&#xD;
L'ultimo capitolo ha mostrato che il rapporto tra individuale e generale resta uno dei problemi più&#xD;
decisivi per entrambi i filosofi considerati.&#xD;
Peirce scelse certamente per il generale e questo fece sì che l'individuale restasse un problema irrisolto&#xD;
nel suo sistema filosofico. La fenomenologia è la prova più evidente del fatto che egli non volle mai&#xD;
eliminare del tutto la singolarità e imporre il dominio incontrastato del continuo. Egli affermò tutta la&#xD;
vita che le tre categorie non potevano annullarsi tra loro ma era necessaria la loro compresenza per&#xD;
spiegare in modo soddisfacente la realtà. D'altra parte lo studio della soggettività lascia ben poco spazio&#xD;
alla secondness e le conseguenze in questo ambito sono molto gravi.&#xD;
I tre aspetti dell'io pre-riflessivo che Husserl sottolinea (tempo interno,  corpo,  rapporto con l'altro)&#xD;
restano tre fattori mancanti nella fenomenologia peirceina. Il padre del pragmatismo considerò la&#xD;
struttura del tempo interno della coscienza solo da una punto di vista matematico,  e anche in questo&#xD;
non giunse a una soluzione chiara. Il corpo per lui fu sempre un organismo naturale e non gli fu mai&#xD;
attribuita alcuna peculiarità rispetto agli altri enti esterni. La percezione dell'altro fu sempre ricondotta&#xD;
in qualche modo al soggetto stesso.&#xD;
D'altra parte,  come abbiamo visto,  Husserl si occupò a lungo del soggetto pre-riflessivo,  ma nelle sua&#xD;
analisi più complesse sul sofggetto trascendentale ebbe a che fare con il medesimo problema. La&#xD;
difficoltà di una fenomenologia,  che comincia nell'io empirico e costituisce il mondo universale, &#xD;
consiste nel capire come possano convivere l'individualità e la generalità all'interno dello stesso&#xD;
soggetto.&lt;/Abstract&gt;</description>
    <dc:date>2009-04-23T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/2307/433">
    <title>Thomas Mann : metafisica della musica</title>
    <link>http://hdl.handle.net/2307/433</link>
    <description>&lt;Title&gt;Thomas Mann : metafisica della musica&lt;/Title&gt;
&lt;Authors&gt;Malknecht, Ludovica&lt;/Authors&gt;
&lt;Issue Date&gt;2009-04-24&lt;/Issue Date&gt;</description>
    <dc:date>2009-04-23T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/2307/178">
    <title>Sistema e trasgressione : logica ed analogia in Rosenzweig, Benjamin e Levinas</title>
    <link>http://hdl.handle.net/2307/178</link>
    <description>&lt;Title&gt;Sistema e trasgressione : logica ed analogia in Rosenzweig, Benjamin e Levinas&lt;/Title&gt;
&lt;Authors&gt;Meschesi, Viviana&lt;/Authors&gt;
&lt;Issue Date&gt;2008-04-07&lt;/Issue Date&gt;</description>
    <dc:date>2008-04-06T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/2307/177">
    <title>Structural explanation</title>
    <link>http://hdl.handle.net/2307/177</link>
    <description>&lt;Title&gt;Structural explanation&lt;/Title&gt;
&lt;Authors&gt;Felline, Laura&lt;/Authors&gt;
&lt;Issue Date&gt;2008-04-07&lt;/Issue Date&gt;</description>
    <dc:date>2008-04-06T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/2307/176">
    <title>Jump from parallel to sequential proofs : on polarities and sequentiality in linear logic</title>
    <link>http://hdl.handle.net/2307/176</link>
    <description>&lt;Title&gt;Jump from parallel to sequential proofs : on polarities and sequentiality in linear logic&lt;/Title&gt;
&lt;Authors&gt;Di Giamberardino, Paolo&lt;/Authors&gt;
&lt;Issue Date&gt;2008&lt;/Issue Date&gt;</description>
    <dc:date>2007-12-31T23:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/2307/120">
    <title>L'idea di Landscape Garden nella Filosofia di Shaftesbury</title>
    <link>http://hdl.handle.net/2307/120</link>
    <description>&lt;Title&gt;L'idea di Landscape Garden nella Filosofia di Shaftesbury&lt;/Title&gt;
&lt;Authors&gt;Liguori, Alessia&lt;/Authors&gt;
&lt;Issue Date&gt;2008-04-07&lt;/Issue Date&gt;</description>
    <dc:date>2008-04-06T22:00:00Z</dc:date>
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  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/2307/92">
    <title>Pensare il dono. Figure dell'impossibile di Jacques  Derrida</title>
    <link>http://hdl.handle.net/2307/92</link>
    <description>&lt;Title&gt;Pensare il dono. Figure dell'impossibile di Jacques  Derrida&lt;/Title&gt;
&lt;Authors&gt;Mulè, Paolo&lt;/Authors&gt;
&lt;Issue Date&gt;2008-04-07&lt;/Issue Date&gt;</description>
    <dc:date>2008-04-06T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/2307/91">
    <title>L'esito della pittura nell'ultimo Merleau-Pounty</title>
    <link>http://hdl.handle.net/2307/91</link>
    <description>&lt;Title&gt;L'esito della pittura nell'ultimo Merleau-Pounty&lt;/Title&gt;
&lt;Authors&gt;Di Rienzo, Caterina&lt;/Authors&gt;
&lt;Issue Date&gt;2008-04-07&lt;/Issue Date&gt;</description>
    <dc:date>2008-04-06T22:00:00Z</dc:date>
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