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    <title>Verso un realismo critico : esperienza e soggettività nelle fenomenologie di C.S. Peirce e E. Husserl</title>
    <link>http://hdl.handle.net/2307/435</link>
    <description>&lt;Title&gt;Verso un realismo critico : esperienza e soggettività nelle fenomenologie di C.S. Peirce e E. Husserl&lt;/Title&gt;
&lt;Authors&gt;Luisi, Maria&lt;/Authors&gt;
&lt;Issue Date&gt;2009-04-24&lt;/Issue Date&gt;
&lt;Abstract&gt;Per mettere a confronto il pensiero di Charles Peirce e Edmund Husserl occorre tenere conto del punto&#xD;
di partenza dal quale i due autori iniziarono il loro percorso filosofico. Entrambi dedicarono le loro&#xD;
prime ricerche alla logica così da poter fornire nuove basi alla filosofia,  basi che fossero più salde di&#xD;
quelle che i grandi sistemi metafisici avevano costruito nei secoli. Peirce elaborò una logica imponente&#xD;
che determinò tutto il suo pensiero,  mentre Husserl si occupò di questi problemi nelle prime opere e in&#xD;
particolare nelle Ricerche Logiche.&#xD;
C'è un tema in particolare sul quale le loro indagini mostrano una grande affinità ed è quello dello&#xD;
statuto dei generali. La logica antica e medievale era dominata dal dibattito sulla realtà degli universali.&#xD;
Platone,  Aristotele e gli stoici posero le basi per quella che in età medievale divenne la disputa tra realisti&#xD;
e nominalisti. Secondo i realisti i concetti universali esisterebbero a tutti gli effetti,  mentre i nominalisti, &#xD;
forti di principi quali il rasoio di Ockham,  sostengono che tali enti non possano esistere e siano pure&#xD;
funzioni logiche utilizzate dal pensiero per assolvere le sue funzioni. Entrambe le posizioni presentano&#xD;
diversi problemi,  perché se da un lato è difficile giustificare lo statuto ontologico che i realisti&#xD;
vorrebbero assegnare agli universali,  d'altro canto non è sufficiente ridurre i concetti universali a pure&#xD;
funzioni linguistiche,  perché così facendo non si riesce a comprendere come possano agire tanto&#xD;
profondamente sulla realtà.&#xD;
In questo contesto è particolarmente interessante la figura di Duns Scoto che,  attraverso i concetti di&#xD;
hecceitas e quidditas,  elabora un'ipotesi che riesce a giustificare tanto gli universali quanto gli individuali.&#xD;
Inoltre,  sempre Duns Scoto pone al centro della sua teoria della conoscenza il concetto di intenzione, &#xD;
che la fenomenologia utilizzerà traendo spunto proprio dalla filosofia medievale.&#xD;
Il dibattito sui concetti generali riprende in età moderna con l'empirismo inglese. Locke,  Berkeley e&#xD;
Hume sostengono che l'unica base certa per la conoscenza siano le sensazioni. Da esse nascono le idee&#xD;
semplici della mente e combinando le idee semplici si formano le idee complesse attraverso le quali il&#xD;
pensiero svolge la sua attività. Secondo l'empirismo,  allora,  gli universali non sono altro che il frutto&#xD;
della capacità astrattiva del pensiero il quale,  a partire da un gruppo di sensazioni,  riconosce un carattere&#xD;
comune e immagina che tale carattere possa esistere veramente. In realtà non è possibile trovare nessun&#xD;
oggetto sensibile che corrisponda al "rosso" o alla "giustizia"; questi sono solo nomi che vengono creati&#xD;
per astrazione e reificarli rappresenta un errore logico.&#xD;
Husserl critica una simile riduzione dei generali nella seconda delle Ricerche Logiche,  dove sostiene che&#xD;
ridurre i generali a strumenti dell'economia del pensiero sia assurdo. È vero che quando osserviamo&#xD;
degli oggetti e astraiamo un loro carattere comune,  quel carattere non assume un'esistenza separata,  ma&#xD;
ciò non vuol dire che allora non esista affatto. L'astrazione non può neppure essere ridotta a una forma&#xD;
di attenzione o di rappresentanza. Se si applicano simili semplificazioni non ci si accorge che senza&#xD;
concetti generali non è possibile spiegare la maggioranza delle operazioni del pensiero. La mente&#xD;
costruisce continuamente giudizi a partire da concetti universali e ciò che questi ultimi esprimono non&#xD;
può essere ridotto in alcun modo a una somma di individuali,  per quanto grande possa essere.&#xD;
L'universale è in grado di abbracciare un insieme infinitamente grande di elementi in un'unica&#xD;
pulsazione,  in un atto istantaneo; tale capacità non può essere spiegata se non si ammette l'esistenza&#xD;
della generalità. Peirce scrisse nel 1871 una recensione all'opera completa di Berkley pubblicata da&#xD;
Fraser,  nella quale si può trovare una difesa altrettanto decisa della realtà degli universali. Secondo&#xD;
Peirce l'errore fondamentale di Berkely e Locke consisterebbe nell'aver ridotto il soggetto a uno stato di&#xD;
isolamento completo dal mondo,  del quale riceverebbe solo delle informazioni parziali attraverso i&#xD;
sensi. Se si assume una simile visione dell'uomo diventa impossibile capire la natura dei generali e viene&#xD;
negata la loro realtà solo perché non è possibile averne un'impressione diretta. Eppure,  come si può&#xD;
negare che tali concetti agiscano realmente nel mondo? La legge di gravitazione,  ad esempio,  è un&#xD;
generale che determina in modo sostanziale il nostro comportamento e non abbiamo nessun dubbio&#xD;
che continuerà a esercitare la sua azione anche in futuro. Nessun infatti si stupirebbe se,  lasciando&#xD;
andare un oggetto che teniamo in mano,  esso cadesse al suolo. Come si può affermare,  allora,  che un&#xD;
concetto che ci permette di formulare previsioni sul futuro che vengono puntualmente confermate&#xD;
dagli eventi non esista?&#xD;
Secondo Peirce,  non solo i generali sono reali,  ma lo sono a maggior titolo degli individuali. Questi&#xD;
ultimi,  infatti,  impongono la loro esistenza in modo brutale,  mentre gli universali permettono di&#xD;
scoprire le leggi che governano l'universo stesso e quindi di conoscere la sua essenza profonda.&#xD;
Occorre comprendere,  però,  quale idea di realismo permetta a Peirce e a Husserl di sviluppare una&#xD;
simile concezione della realtà. Infatti,  la loro posizione è in netto contrasto con il nominalismo ma non&#xD;
può neppure essere assimilata al realismo classico.&#xD;
Ciò che distingue Peirce e Husserl dalla contrapposizione nominalismo/realismo è la concezione del&#xD;
rapporto che lega la mente e il mondo. Lo scopo delle loro analisi non sta nel cercare di capire se gli&#xD;
universali risiedano nella mente oppure abbiano un'esistenza esterna reale.&#xD;
I generali non vanno cercati né "dentro" la nostra testa né "fuori" tra gli oggetti concreti; e questo non&#xD;
perchè la loro natura sia di un terzo tipo,  diverso e intermedio tra entità psichiche e fisiche,  ma perché&#xD;
non esiste alcuna barriera invalicabile che divida la coscienza dal mondo. Con ciò non si vuole dire che&#xD;
non esista differenza tra il mondo esterno e quello interno alla mente,  tra i pensieri e gli oggetti&#xD;
concreti. Il punto decisivo è che la conoscenza inizia sempre come rapporto diretto con il mondo,  con&#xD;
la realtà in quanto tale e non con una sua proiezione più o meno fedele creata dalla mente.&#xD;
Il cuore di tale concezione sta quindi nel riportare al centro la relazione tra il soggetto e l'oggetto&#xD;
conosciuto. Questa novità nel modo di concepire il rapporto coscienza-mondo permette a entrambi i&#xD;
filosofi di eliminare il problema della "cosa in sé" kantiana e di reimpostare il rapporto tra trascendenza&#xD;
e immanenza a partire dalla nozione di fenomeno. Non esiste l'essere come entità statica e sempre&#xD;
uguale a se stessa verso il quale la mente cerca di gettare dei ponti per entrarvi in contatto; il rapporto&#xD;
tra questi due elementi è già sempre in atto e li costituisce entrambi.&#xD;
Il secondo capitolo è dedicato all'approfondimento del realismo peirceiano e alla descrizione della sua&#xD;
fenomenologia.&#xD;
Come si è osservato in precedenza,  Peirce ritiene che gli universali siano reali a maggior titolo degli&#xD;
individuale e questo deriva dalla sua particolare concezione di realtà che è legata al tema della&#xD;
continuità.&#xD;
Il padre del pragmatismo,  come è noto,  identificava tre categorie fondamentali che fungono da base per&#xD;
tutta la realtà. La primità,  chiamata anche qualità,  la secondità,  o reazione,  e la terzità,  o&#xD;
rappresentazione. Gli oggetto individuali appartengono alla seconda categoria,  in quanto la loro&#xD;
esistenza consiste nella semplice reazione. Essi non sono oggetto di una rappresentazione che permetta&#xD;
di comprendere la relazione che li lega al resto dell'universo ma fanno forza sul soggetto senza&#xD;
rispondere a nessun ordine apparente. Le leggi universali,  al contrario,  non possiedono una simile brutalità ma consentono di comprendere quale sia la struttura profonda della natura e di regolare le&#xD;
proprie azioni di conseguenza,  per questo sono reali a maggior titolo degli individuali.&#xD;
Se la terzità rappresenta la realtà nella sua vera essenza,  la continuità,  che per Peirce è il livello più&#xD;
autentico della terzità,  è il vertice del reale. La realtà nella sua massima espressione coincide con il&#xD;
continuo,  dunque la realtà in senso pieno è una dimensione nella quale la mediazione ha raggiunto un&#xD;
grado così elevato da aver eliminato ogni distinzione. Peirce chiama la sua teoria col nome di&#xD;
"sinechismo" e essa implica che non possano esistere confini rigidi tra i singoli individui. Se si osserva&#xD;
la natura profonda delle cose,  si scoprirà che non esistono dati bruti perché ogni fatto è un segno che&#xD;
rimanda a una segno ulteriore,  prendendo parte a una catena semiotica infinita.&#xD;
Da qui nascono le tesi anti-intuizioniste di Peirce,  la sua certezza nella verità che si svelerà nel futuro&#xD;
per la comunità degli interpretanti,  la sua teleologia.&#xD;
Teorie simili nascono da profondi studi semiotici e matematici ma sembrano essere difficilmente&#xD;
conciliabili con l'esperienza. Infatti,  per quanto si possa ammettere l'importanza della rappresentazione&#xD;
per la conoscenza,  le nostre percezioni comuni testimoniano un mondo fatto di oggetti individuali che&#xD;
agiscono direttamente sulla mente e ne influenzano le credenze.&#xD;
Per rispondere a questi interrogativi,  che possono essere ricondotti all'antica disputa sul principium&#xD;
individuationis,  Peirce ritenne di dover analizzare più attentamente la componente pre-semiotica del reale.&#xD;
Intorno al 1880-90 non si accontentò più delle tesi giovanili sulla semiosi infinita e si rese conto che, &#xD;
riducendo tutto alla rappresentazione,  sarebbe stato impossibile spiegare il progresso continuo della&#xD;
conoscenza e la sua capacità di acquisire nuove informazioni. Se ogni cognizione fosse prodotta sempre&#xD;
e solo da una cognizione precedente,  la mente dovrebbe essere prigioniera di se stessa,  eppure ciò non&#xD;
accade. Evidentemente,  allora,  deve esistere uno strato pre-semiotico nel quale la mente conosce il&#xD;
mondo senza possederne ancora un rappresentazione adeguata. Da qui nasce la teoria degli indici in&#xD;
campo semiotico e la fenomenologia per affrontare lo studio dell'esperienza.&#xD;
Questo genere di studio non produce conoscenza in senso pieno,  perché essa si realizza solo attraverso&#xD;
la mediazione e la rappresentazione,  quindi attraverso i simboli; si tratta,  però,  di una fase che è&#xD;
necessario attraversare perché il rapporto col mondo non resti una pura illusione,  intrappolato nei&#xD;
confini stessi del soggetto.&#xD;
La fenomenologia,  o faneroscopia,  identifica tre categorie sempre presenti in ogni fenomeno,  chiamate&#xD;
firstness,  secondness e thirdness,  modellate sulle classiche categorie descritte in On a new list of categories del&#xD;
1867. Il problema del principium individuationis declinato in senso fenomenologico diventa allora il&#xD;
problema del rapporto tra la seconda categoria (chiamata anche "lotta",  con la quale si intende il colpo&#xD;
brutale che riceviamo dall'esperienza ogni volta che essa non si conforma alle nostre aspettative) e la&#xD;
terza (detta anche "legge",  che indica una generalità riconosciuta nei fatti e capace di riportare ordine e&#xD;
spiegare le relazioni tra i singoli eventi).&#xD;
In Telepathy del 1903 Peirce studia questo problema nel caso particolare dei fenomeni percettivi. Questi&#xD;
sono composti da una parte totalmente incontrollabile dalla coscienza chiamata "percetto",  dotata di un&#xD;
contenuto positivo che si impone al nostro riconoscimento. Accanto a questa c'è la parte già&#xD;
interpretante chiamata "giudizio percettivo" che consiste nell'asserzione che inconsapevolmente&#xD;
formuliamo quando abbiamo un'intuizione. Si tratta a tutti gli effetti di un giudizio,  con la particolarità&#xD;
che su esso non possiamo esercitare alcun controllo.&#xD;
Occorre però fare chiarezza su quale sia il rapporto tra queste due componenti della percezione e la&#xD;
soluzione che Peirce offre coinvolge il continuo temporale. Percetto e giudizio percettivo non sono in&#xD;
alcun modo riducibili l'uno all'altro ma si susseguono nel tempo in modo tale che non è possibile&#xD;
identificare il confine che li separa. Dato che il tempo è un fenomeno continuo,  dunque legato alla&#xD;
thirdness,  sembrerebbe che ancora una volta l'aspetto individuale,  di "secondità" finisca coll'essere&#xD;
subordinato al dominio della mediazione della terza categoria. Quindi,  per quanto la fenomenologia&#xD;
abbia rappresentato il tentativo di superare il dominio della mediazione,  essa torna come elemento&#xD;
chiave nel cuore dell'esperienza percettiva stessa.&#xD;
Questo giudizio non è definitivo perché esistono manoscritti,  in particolare quelli nei quali Peirce si&#xD;
occupa del tema dell'Esperienza e della Sorpresa,  nei quali la componente brutale e individuale della&#xD;
conoscenza è considerata come l'unica fonte possibile di novità. Resta in ogni caso un problema aperto: &#xD;
Peirce sostenne per tutta la vita l'irriducibilità reciproca di secondness e thirdness ma di fatto il sinechismo&#xD;
sembra sancire il dominio della continuità e della rappresentazione mettendo in serio pericolo&#xD;
l'esistenza dell'individualità.&#xD;
La sezione dedicata a Husserl segue lo sviluppo di un tema in particolare all'interno della sua riflessione, &#xD;
vale a dire quello dell'evidenza. Questo concetto risulta centrale per la conoscenza perché la verità dei&#xD;
giudizi secondo il filosofo tedesco nasce dall'evidenza e l'evoluzione di tale nozione rispecchia&#xD;
l'evoluzione stessa della fenomenologia.&#xD;
Nelle Ricerche Logiche l'evidenza è trattata in termini piuttosto vicini a quelli cartesiani. I giudizi "chiari&#xD;
e distinti" delle Meditazioni metafisiche avevano la proprietà di essere evidenti in quanto la loro verità&#xD;
poteva emergere in modo inequivocabile e istantaneo. Un giudizio che fondasse la sua correttezza sul&#xD;
contesto o su una verifica distesa nel tempo non avrebbe potuto essere evidente. Per questo le&#xD;
percezioni esterne,  essendo fallibili,  devono essere escluse dalla conoscenza autentica. Lo stesso&#xD;
Brentano riprende quest'impostazione cartesiana e limita l'evidenza alla percezione interna; inoltre&#xD;
classifica i fenomeni psichici come intenzionali escludendo però le sensazioni che vengono comprese&#xD;
tra i fenomeni fisici.&#xD;
Husserl già nelle sue prime opere contesta questa classificazione e ricomprende le intuizioni&#xD;
nell'intenzionalità,  tuttavia nelle Ricerche Logiche si può certamente notare una tendenza a limitare&#xD;
l'evidenza all'istante,  come se la condizione per la chiarezza fosse l'eliminazione di ogni legame con&#xD;
altre impressioni.&#xD;
In questo senso le Lezioni per la fenomenologia della coscienza interna del tempo segnano un&#xD;
cambiamento radicale. Qui Husserl contesta ancora gli studi di Brentano e afferma che le esperienze di&#xD;
durata,  come l'ascolto di una melodia,  non possono essere spiegate attraverso l'azione della fantasia.&#xD;
Non è vero che l'esperienza è costituita da intuizioni istantanee colmate poi dall'immaginazione,  perché&#xD;
se così fosse non si potrebbe spiegare come sia possibile avere percezioni che durano. Al contrario,  gli&#xD;
oggetti stessi sono temporali e la coscienza che li percepisce è a sua volta distesa nel tempo. La&#xD;
percezione è un fenomeno stratificato che si arricchisce continuamente per azione della ritenzione, &#xD;
dunque la temporalità è una dimensione essenziale della nostra esperienza del mondo.&#xD;
Le Lezioni sulla sintesi passiva determinano un altro passo decisivo. Qui Husserl sviluppa l'indagine&#xD;
dell'esperienza ante-predicativa,  vale a dire di quel campo nel quale l'intelletto non ha ancora operato le&#xD;
sue sintesi attive. Si tratta di un territorio spesso ignorato che costituisce il fondamento per tutti i livelli&#xD;
superiori della coscienza e in esso si costruiscono le basi del ragionamento logico in senso proprio. La&#xD;
peculiarità dell'esperienza ante-predicativa consiste nel fatto che le sue leggi non sono dominabili dal&#xD;
soggetto ma prendono forma autonomamente così che il soggetto si trova a riconoscerle quando sono&#xD;
già costituite. I fenomeni percettivi sono un terreno privilegiato per studiare il modo di operare di&#xD;
quest'attività sintetica passiva che Husserl studia prima di tutto dal punto di vista noetico,  vale a dire dei&#xD;
semplici vissuti,  senza considerare il problema dell'esistenza reale dell'oggetto. Nello studio dei vissuti si&#xD;
rivelano due generi di sintesi formali,  quella temporale e quella associativa; esse pongono le basi per&#xD;
l'emergere dell'oggetto che si impone nel fenomeno dell'"affezione". L'affezione indica la tensione che&#xD;
la cosa esercita sulla coscienza per guadagnarne l'interesse e senza della quale l'esperienza resterebbe un&#xD;
flusso indeterminato di impressioni. Anche l'affezione precede ogni attività della coscienza; essa apre le&#xD;
porte alla "recettività" che è la prima forma di attività del soggetto. In effetti non si tratta propriamente&#xD;
di un'attività ma piuttosto di un'obbedienza al dato,  di un'accettazione della sua essenza così come si&#xD;
dà. Da qui inizia il percorso che condurrà a tutte le forme attive di sintesi e di ragionamento.&#xD;
Qual è in questo contesto il ruolo dell'oggetto trascendente? Esiste o è solo una chimera,  sul modello&#xD;
del noumeno kantiano? È già stato detto che il realismo husserliano non pensa l'oggetto come esterno e irraggiungibile,  per questo la fenomenologia comincia dal fenomeno per conoscere il mondo,  fondando&#xD;
quest'ultimo nella relazione intenzionale. D'altra parte Husserl non intende neppure scivolare&#xD;
nell'estremo dello scetticismo humeiano; osservare il fenomeno non significa ridurre tutto all'apparenza&#xD;
e negare ogni certezza alla conoscenza perché l'esperienza testimonia al contrario che una certezza è&#xD;
possibile. La conoscenza che attingiamo nella percezione non è definitiva ma può essere perfezionata, &#xD;
quindi l'oggetto trascendente non consiste in un'entità esterna ma nell'oggetto conosciuto nella sua&#xD;
verità che sarà raggiunta in un futuro indefinito. Si tratta di una verità impossibile da raggiungere in&#xD;
senso assoluto,  ma che di fatto viene sempre sperimentata in alcuni aspetti parziali che Husserl chiama&#xD;
optima pratici. Nella prospettiva di un particolare interesse pratico accade di ottenere la migliore&#xD;
conoscenza possibile di un certo oggetto; se mutassimo prospettiva saremmo di nuovo costretti a&#xD;
riprendere il percorso di conoscenza,  ma muovendoci di interesse in interesse il nostro percorso&#xD;
continua e l'oggetto si arricchisce di sfumature.&#xD;
Questo significa che la verità in senso definitivo non esiste o che è relativa all'interesse alla quale è&#xD;
suscitata? No,  significa che la verità non è un concetto statico e sempre uguale a se stesso ma è in&#xD;
relazione con l'orizzonte intenzionale nel quale sorge. Per questo in Logica formale e trascendentale&#xD;
Husserl parla di verità come "intenzionalità vivente" nella quale l'evidenza non sorge come un lampo&#xD;
ma come un'operazione intenzionale.&#xD;
Nell'ultimo capitolo vengono prima ripresi i punti di affinità tra i due filosofi,  frutto del lavoro d'analisi&#xD;
svolto nei capitoli precedenti,  e in seguito è posto in evidenza il principale punto di discontinuità tra le&#xD;
due filosofie.&#xD;
Le affinità possono essere riassunte in quattro punti:&#xD;
a) Per entrambi non esiste un livello di pura sensazione. L'anti-intuizionismo peirceiano mostra questo&#xD;
con chiarezza,  ma anche la teoria degli adombramenti in Husserl o la descrizione dell'unione tra&#xD;
intuizioni proprie e improprie che rendono la percezione un fenomeno "misto" nascono dalla stessa&#xD;
esigenza. Non ha senso andare in cerca del "puro dato" che fornisca una base per la conoscenza.&#xD;
b) La verità non è un fenomeno istantaneo,  che impone la sua chiarezza una volta per tutte ma si rivela&#xD;
nel tempo.&#xD;
c) La verità non è solo legata alla dimensione temporale ma anche a quella comunitaria. Peirce al&#xD;
riguardo si esprime molto chiaramente parlando del sinechismo e della "verità pubblica". Husserl, &#xD;
d'altra parte,  si occupò a lungo del fenomeno dell'intersoggettività come elemento essenziale per la&#xD;
costituzione del mondo e del soggetto.&#xD;
d) I punti precedenti potrebbero indurre a pensare che i due autori abbiano elaborato una teoria della&#xD;
conoscenza scettica o relativista,  ma questo non è vero. Il punto decisivo per evitare tale deriva consiste&#xD;
nel fatto che per entrambi la struttura fondamentale dell'esperienza non è prodotta attivamente&#xD;
dall'intelletto ma è passiva. Il soggetto è chiamato,  come prima forma di attività,  ad accettare un dato&#xD;
che egli non ha prodotto intenzionalmente ma che si svela a lui come già strutturato.&#xD;
In Husserl questo emerge da tutte le analisi condotte nel terzo capitolo. In Peirce si trova un concetto&#xD;
molto simile in una serie di manoscritti del 1905-8. In generale,  la seconda categoria rappresenta nella&#xD;
fenomenologia l'aspetto di passività,  di ricezione dell'esperienza precedente a ogni elaborazione attiva.&#xD;
Tale categoria,  tuttavia,  appare spesso come un elemento necessario che tuttavia viene superato grazie&#xD;
all'intervento della thirdness.&#xD;
Negli ultimi anni,  invece,  Peirce tornò a lavorare sul concetto di Esperienza descrivendolo,  questa volta, &#xD;
in termini nuovi. Essa è delineata come un elemento intermedio tra seconda e terza categoria e attraverso di essa il soggetto è spinto a cedere all'azione dell'universo. Non si tratta di un aspetto&#xD;
transitorio ma di un fattore stabile che dà forma alla conoscenza e consente la sua crescita continua.&#xD;
Peirce afferma che gli oggetti esercitano una tensione attiva sul soggetto per riguadagnare il loro feeling&#xD;
naturale e tale tensione costituisce la loro stessa essenza. Senza un elemento del genere la mente&#xD;
costruirebbe rappresentazioni autoreferenziali,  mentre l'esistenza di un simile piano passivo garantisce&#xD;
che la nostra conoscenza sia guidata dall'universo stesso al quale dobbiamo solamente sottometterci.&#xD;
Nella seconda parte del capitolo viene approfondito il fattore che distingue radicalmente la&#xD;
fenomenologia di Peirce da quella di Husserl,  vale a dire lo statuto del soggetto.&#xD;
Nel pensiero di Peirce anche la soggettività obbedisce alle leggi del sinechismo,  dunque è un fenomeno&#xD;
continuo,  è il segno più complesso che si possa formare. L'io è un simbolo che non è vincolato alla&#xD;
singolarità contingente dell'individuo attraverso cui si esprime. È una terzità che può appartenere anche&#xD;
a intere comunità di individui e in qualche modo anche all'intero universo. La natura triadica di tale&#xD;
fenomeno emerge con chiarezza nello sviluppo dei bambini,  i quali iniziano a utilizzare la parola "io" in&#xD;
età molto avanzata,  quando già sanno utilizzare il linguaggio per altri scopi. Secondo Peirce,  questo&#xD;
dimostra che in loro è presente una soggettività ancora imperfetta,  che richiede uno sviluppo ulteriore.&#xD;
Lo statuto simbolico del soggetto dimostra allora che l'io non è un'entità individuale ma generale; esso&#xD;
si incarna nei singoli corpi attraverso l'organismo,  quindi può essere definito come una funzione&#xD;
dell'organismo stesso. Alcuni critici sostengono che l'io sia un'astrazione ipostatica che è messa in atto&#xD;
quando osserviamo alcuni abiti d'azione che ricorrono nel comportamento umano. "Like Pinocchio&#xD;
easily led astray,  he [the person] is not yet quite real,  but desperately wants to be.1&#xD;
Queste considerazioni hanno spinto molti commentatori a definire "negativa" la concezione peirceiana&#xD;
dell'io e effettivamente i testi sembrano confermare tale opinione.&#xD;
In particolare vorremmo sottolineare due aspetti critici della teoria di Peirce:&#xD;
1) Se si considera l'io esclusivamente come un simbolo,  si nega che possano esistere delle sue&#xD;
manifestazioni pre-simboliche. Ora,  esistono forme della soggettività,  come l'autocoscienza o la&#xD;
capacità di auto-controllo,  che sono certamente simboliche ma ciò non significa che non esistano altre&#xD;
espressioni dell'io. Ad esempio,  se consideriamo noi stessi come centro di tutte le sensazioni che&#xD;
esperiamo,  se teniamo conto del fatto che la nostra esperienza è sempre assegnata a noi senza possibili&#xD;
errori di riferimento,  proprio attraverso le sensazioni,  scopriremo una dimensione indicale dell'io. Io&#xD;
sono il "qui" ed "ora" delle mie impressioni,  la mia esperienza si riferisce sempre a me stesso e a nessun&#xD;
altro,  anche quando non sono auto-cosciente di me. In questo senso la soggettività è un indice,  ma&#xD;
Peirce ignora totalmente questo campo di riflessione. Si potrebbe esprimere la stessa critica dicendo che&#xD;
Peirce utilizza il metodo fenomenologico in molti campi ma non in quello della soggettività,  nei riguardi&#xD;
della quale si rifiutò sempre di considerare un livello pre-semiotico.&#xD;
2) La seconda critica riguarda il momento sorgivo dell'io,  che Peirce individua all'interno della seconda&#xD;
categoria quando introduce i concetti di ego e non-ego. Il soggetto non possiede dei confini definiti&#xD;
finché rimane nella pura primità,  la sua identità emerge solo nel contrasto con qualcosa di diverso da lui&#xD;
che introduce un fattore di novità nella conoscenza. Tale coppia concettuale (ego/non-ego),  tuttavia&#xD;
presenta una dualità solo apparente. I due termini in quanto tale possono essere ridotti al solo ego, &#xD;
poiché il non-ego è solo una negazione del primo; inoltre lo stesso Peirce in molti manoscritti conferma&#xD;
il primato dell'ego,  affermando che il non-ego non é altro che l'ego che ancora non ha ricompreso se&#xD;
stesso.&#xD;
Questo fatto,  tuttavia,  indebolisce lo stesso ego,  perché se il soggetto si definisce solo in rapporto con&#xD;
la diversità,  ma quest'ultima dimostra di essere solo un'apparenza,  anche l'integrità del polo soggettivo è&#xD;
compromessa.&#xD;
I problemi che nascono dalla teoria peirceiana del soggetto spingono a cercare nuove soluzioni. È stato&#xD;
chiarito che non si può ridurre il soggetto a un simbolo perché in questo modo non è possibile spiegare&#xD;
molte sue manifestazioni pre-semiotiche. Senza comprendere il livello indicale dell'io risulterà&#xD;
impossibile capire quello semiotico,  per questo sono molto preziose le analisi di Husserl che studiò a&#xD;
lungo la soggettività nella sua dimensione pre-riflessiva. L'io pre-riflessivo è quel livello del soggetto che&#xD;
agisce normalmente in tutti gli atti quotidiani,  ad eccezione di quelli riflessivi. Non si tratta&#xD;
necessariamente di un io passivo,  perché esso è presente anche quando dirigiamo volontariamente&#xD;
l'attenzione su qualcosa. Negli atti pre-riflessivi l'io agisce ma il tema della sua azione non è lui stesso, &#xD;
bensì l'oggetto al quale si rivolge. Negli atti riflessivi,  invece,  l'io prende se stesso come tema del suo&#xD;
atto e diventa così auto-cosciente.&#xD;
Lo studio dell'io pre-riflessivo consente a Husserl di mostrare che la soggettività è presente e mostra&#xD;
alcuni tratti ben definiti anche quando non tematizza se stessa. I tre ambiti esemplari nei quali si rivela&#xD;
questo livello dell'io sono:&#xD;
a)la temporalità interna (in particolare il rapporto tra intenzionalità trasversale e longitudinale esposto&#xD;
nelle Lezioni per la fenomenologia della coscienza interna del tempo) b) la corporeità (dove con corpo non si&#xD;
intende il Korper,  ma il Leib descritto in Ideen II) c) la percezione dell'altro (i due casi più significativi a&#xD;
questo proposito sono il fenomeno dell'affezione,  che dimostra che l'attività sorge solo come risposta a&#xD;
uno stimolo esterno,  e la nascita dell'io personale,  che si realizza solo attraverso l'intersoggetività).&#xD;
Oltre la sfera pre-riflessiva,  Husserl studia anche la natura degli atti propriamente riflessivi. Qui il&#xD;
soggetto non rimane più anonimo come nei fenomeni osservati prima,  ma è posto esplicitamente a&#xD;
tema e così si rivela a se stesso. In realtà questo auto-svelamento non è mai totale,  perché nell'atto&#xD;
riflessivo posso cogliere solo l'io appena trascorso e non quello che sta riflettendo nel momento attuale.&#xD;
In questo senso permane sempre un cono d'ombra che rende il soggetto oscuro a se stesso. La&#xD;
chiarezza aumenta solo in un caso particolare della riflessione che è l'epochè trascendentale.&#xD;
Essa si realizza quando cogliamo in un unico atto tutto il corso della nostra vita e,  osservandola, &#xD;
sospendiamo la validità degli oggetti trascendenti in essa contenuti. Questa sospensione permette di&#xD;
cogliere la pura componente soggettiva che compone tutti gli atti della nostra esistenza e così si svela la&#xD;
"soggettività trascendentale".&#xD;
La soggettività trascendentale è descritta in diverse opere,  spesso con tratti apparentemente&#xD;
contradditori,  perché non è chiaro se Hussel la intenda come una funzione logica universale o come&#xD;
un'entità metafisica dotata di un'esistenza reale.&#xD;
Se si considera la trattazione di Ideen II,  dove si parla di "io puro" sembrerebbe che la seconda ipotesi&#xD;
sia la più corretta,  ma non ci si deve fermare a giudizi affrettati.&#xD;
Prima di tutto,  per comprendere tale fenomeno occorre capire quale sia il suo aspetto fondamentale, &#xD;
cosa esso sia effettivamente. Come Husserl ribadisce in più occasioni,  e in particolare in La crisi delle&#xD;
scienze europee,  l'epochè trascendentale svela prima di tutto la correlazione intenzionale,  dunque&#xD;
quest'ultima è anche il fattore dominante della soggettività trascendentale. L'io puro non è il cogito di&#xD;
Cartesio perché l'epoché non conduce a un soggetto vuoto,  privo di mondo,  ma al contrario è&#xD;
costituito dalla relazione col mondo.&#xD;
Questa precisazione è essenziale,  anche se non risolve totalmente i problemi che derivano dalle&#xD;
tendenze "metafisiche" presenti in Ideen II. Qui l'io puro è descritto come immutabile,  irriducibile ai&#xD;
fenomeni,  increato e indistruttibile eppure assolutamente individuale,  tanto che ciascuno ne&#xD;
possiederebbe uno proprio.&#xD;
La ragione della poca chiarezza delle spiegazioni husserliane è dovuta alla difficoltà del problema stesso.&#xD;
Husserl non intende rinunciare a due aspetti dell'io puro:&#xD;
- il primo è la sua universalità che lo rende identico per ogni uomo. La relazione intenzionale non&#xD;
determina solo certi vissuti,  ma tutti e per tutti gli uomini. La sua importanza è tale che essa costituisce&#xD;
il mondo stesso,  tanto soggettivo quanto intersoggettivo.&#xD;
- il secondo aspetto è la centralità del singolo "io" per l'indagine fenomenologica. Husserl non si&#xD;
accontenta di aver trovato un principio universale che spiega ogni esperienza,  ma vuole ribadire che&#xD;
esso non può essere scoperto se non a partire dal proprio io individuale. Ciascuno deve cominciare la&#xD;
propria analisi da sé e dai suoi vissuti ed è la sua singola soggettività che aprirà le porte all'esperienza&#xD;
trascendentale. L'io di ciascuno,  quindi,  non è un'espressione imperfetta di una struttura universale,  ma&#xD;
è il punto di partenza insuperabile per la fenomenologia.&#xD;
La difficoltà di conciliare questi due aspetti è la causa delle apparenti contraddizioni che si trovano nei&#xD;
testi husserliani. Quando prevale il primo aspetto,  notiamo un accento idealista,  quando prevale il&#xD;
secondo,  la soggettività trascendentale appare come un elemento solo teorico e inessenziale per la sua&#xD;
filosofia. In realtà entrambi devono essere presenti per evitare i fraintendimenti nei quali lo stesso&#xD;
Husserl sembra cadere.&#xD;
Conclusioni&#xD;
L'ultimo capitolo ha mostrato che il rapporto tra individuale e generale resta uno dei problemi più&#xD;
decisivi per entrambi i filosofi considerati.&#xD;
Peirce scelse certamente per il generale e questo fece sì che l'individuale restasse un problema irrisolto&#xD;
nel suo sistema filosofico. La fenomenologia è la prova più evidente del fatto che egli non volle mai&#xD;
eliminare del tutto la singolarità e imporre il dominio incontrastato del continuo. Egli affermò tutta la&#xD;
vita che le tre categorie non potevano annullarsi tra loro ma era necessaria la loro compresenza per&#xD;
spiegare in modo soddisfacente la realtà. D'altra parte lo studio della soggettività lascia ben poco spazio&#xD;
alla secondness e le conseguenze in questo ambito sono molto gravi.&#xD;
I tre aspetti dell'io pre-riflessivo che Husserl sottolinea (tempo interno,  corpo,  rapporto con l'altro)&#xD;
restano tre fattori mancanti nella fenomenologia peirceina. Il padre del pragmatismo considerò la&#xD;
struttura del tempo interno della coscienza solo da una punto di vista matematico,  e anche in questo&#xD;
non giunse a una soluzione chiara. Il corpo per lui fu sempre un organismo naturale e non gli fu mai&#xD;
attribuita alcuna peculiarità rispetto agli altri enti esterni. La percezione dell'altro fu sempre ricondotta&#xD;
in qualche modo al soggetto stesso.&#xD;
D'altra parte,  come abbiamo visto,  Husserl si occupò a lungo del soggetto pre-riflessivo,  ma nelle sua&#xD;
analisi più complesse sul sofggetto trascendentale ebbe a che fare con il medesimo problema. La&#xD;
difficoltà di una fenomenologia,  che comincia nell'io empirico e costituisce il mondo universale, &#xD;
consiste nel capire come possano convivere l'individualità e la generalità all'interno dello stesso&#xD;
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    <dc:date>2009-04-23T22:00:00Z</dc:date>
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