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http://hdl.handle.net/2307/544
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| Title: | La decorazione delle basiliche paleocristiane : un tentativo per ricostruire i cicli affrescati di S. Pietro in Vaticano e S. Paolo fuori le mura |
| Authors: | Proverbio, Cecilia |
| Tutor: | Bisconti, Fabrizio |
| Issue Date: | 10-May-2010 |
| Publisher: | Università degli studi Roma Tre |
| Abstract: | La ricerca è stata impostata secondo alcune tappe fondamentali, attraverso le quali il lavoro si è
sviluppato seguendo un criterio analitico che ha progressivamente approfondito gli aspetti
iconografici relativi ai due monumenti indagati. Tale svolgimento si è dimostrato congeniale per
affrontare ed esaminare in modo sempre più specifico le problematiche relative alle vicende
decorative delle basiliche di S. Pietro in Vaticano e S. Paolo fuori le mura, risultando, in un secondo
momento, funzionale anche alla strutturazione del testo e alla sua stesura.
Lo studio della decorazione interna ha reso necessaria una preliminare analisi delle
testimonianze sulle quali basarsi per l’osservazione dei cicli affrescati attestati in un momento
precedente alla distruzione dei monumenti paleocristiani. A tale proposito, si è dovuto tenere conto
di sistemi di fonti estremamente differenziati, distribuite fra fonti scritte e figurate, risalenti a
momenti storici differenti, che potessero fornire utili indicazioni in merito all’articolazione del
decoro. Lo specifico campo di indagine è stato, quindi, focalizzato sul materiale definito narrativo,
ovvero sulla materia ciclica rappresentata nel settore superiore delle pareti della navata centrale in
entrambi gli edifici, suddividendo la tematica veterotestamentaria, che trovava posto sulla parete
destra, da quella neotestamentaria, collocata sulla parete sinistra.
Le vicende dell’Antico Testamento permettono di comprendere come nei due poli martiriali di
Roma si sviluppassero cicli gemelli illustrati in 46 pannelli a S. Pietro e 42 a S. Paolo, con moduli
iconografici sostanzialmente identici. Questo si evince in primo luogo dal confronto con quanto è
attestato dagli acquerelli del codice Barberino Latino 4406 per la basilica ostiense e il codice A64
ter, folio 13, in merito alla basilica Vaticana. Inoltre, per le scene non riportate in quest’ultimo si è
ricorso, oltre che alle notazioni fornite dal Grimaldi nella Descrizione della basilica antica di S.
Pietro in Vaticano (Codice Barberino Latino 2733), ad una serie di cicli bassomedievali
(concentrati tra XII e XIV secolo) per i quali la critica ha riconosciuto come fonte d’ispirazione il
riferimento al monumento petrino. Constatata la perfetta aderenza degli schemi iconografici, si è
proceduto ad una schedatura delle singole scene, analizzate in modo congiunto nei due edifici: si è
potuto, così, procedere ad un immediato raffronto, che ha permesso di mettere in luce gli schemi
iconografici di base, l’eventuale presenza di varianti e, specialmente in relazione a S. Paolo dove la
documentazione appare più particolareggiata, la serie di ridipinture e aggiornamenti succedutisi nel
corso dei secoli. Il momento più innovativo è stato il confronto con i temi di analogo soggetto
pertinenti al repertorio figurativo paleocristiano (compreso fra il IV e il VI secolo), attravers o una
gamma di materiali quanto più possibile ampia con riferimento ad ambiti differenziati, che spaziano
dalla pittura cimiteriale a quella monumentale, dalla scultura funeraria a quella di apparato, fino a
toccare il vasto campionario delle “arti minori” e gli sporadici esempi superstiti di codici miniati.
Questo impegnativo lavoro di comparazione ha permesso di rintracciare la sostanziale matrice
tardoantica dei cicli veterotestamentari e, contestualmente, di riconoscere le aggiunte intercorse
nella basilica ostiense in periodi successivi all’impianto primitivo. Dall’analisi è emerso che la
maggior parte degli episodi copiati nel codice Barb. Lat. 4406 registrano revisioni pienamente
medievali, fra le quali l’ultima sembra essere un intervento di XV secolo, che agì sui caratteri
esteriori delle figure e sulla disposizione dei pannelli, ma non sulla loro composizione interna.
Inoltre, è stato possibile rintracciare gli episodi non attestati dalle fonti dirette, attraverso l’opera di
triangolazione con i cicli medievali, ipotizzando l’originaria consistenza anche di quelle scene
successivamente interessate da revisioni.
Differente è stato il tipo di studio che ha interessato i cicli neotestamentari, che si distinguono,
all’interno dei due monumenti, per la tematica cristologica presente a S. Pietro di contro ad un
riferimento paolino a S. Paolo. Mentre per S. Pietro la scarsità degli episodi attestati lascia poco
spazio all’analisi, al di là dell’ipotesi su alcune delle scene mancanti, il discorso appare più
stimolante in relazione alla basilica ostiense. Qui, infatti, l’osservazione della struttura delle singole
immagini non ha presentato alcuna analogia con il repertorio figurativo tardoantico relativo a Paolo,
ponendo forti dubbi in merito all’originalità del ciclo che occupava la parete nord della navata
centrale nella basilica ostiense. In realtà, si sono rintracciate alcune composizioni, la cui
impostazione appare effettivamente riferibile ad epoca paleocristiana, tuttavia, come messo in luce
nelle precedenti relazioni, esse risultano pertinenti a soggetti cristologici e non paolini. Si è pertanto
supposto che queste possano essere le uniche tracce residue di un’originaria sequenza cristologica,
solo successivamente trasformata per ospitare una materia narrativa ispirata alle vicende
dell’apostolo. Inoltre, la ripetitività che si riscontra in alcune composizioni sembrerebbe indicare la
duplicazione di uno stesso schema impiegato per più di un episodio, in virtù di un’analogia tematica
che nulla ha a che fare con l’evoluzione del racconto narrativo (come accadeva, invece, all’interno
del racconto veterotestamentario). In questi casi vengono ricomposti o modificati alcuni elementi
per ottenere una sorta di variante, ma appare comunque apertamente evidente la derivazione da una
matrice univoca. Risulta, in questo modo, possibile moltiplicare il numero di scene semplicemente
attraverso la variazione dei singoli particolari, sfruttando, in realtà, una sola struttura di base, per
colmare, forse, una carenza di prototipi. A ciò va aggiunta l’osservazione di un’incoerenza di fondo,
che permette di attribuire la sequenza narrativa ad una formulazione non ancora compiuta e quasi
“sperimentale”. Tale ipotesi di un intervento di sostituzione permetterebbe di spiegare, per giunta, la
presenza dei quattro pannelli pertinenti alla passione di Cristo presenti sulla controfacciata
dell’edificio e di istituire un parallelismo con il monumento gemello di S. Pietro anche per la
decorazione della parete sinistra della navata centrale.
Nel tentativo di rintracciare l’ambito cronologico in cui tale radicale mutamento di tematica
venne attuato, si è cercato di individuare un momento in cui risultasse possibile, ideologicamente e
materialmente, intervenire in modo così profondo. L’attenzione si è focalizzata su un periodo di
cambiamento fondamentale per la situazione socio-politica di Roma, all’interno del quale si
rintraccia una fitta serie di interventi relativi al monumento ostiense, sia attraverso le fonti testuali,
che attraverso il dato materiale. Nello specifico ci si riferisce alla prima epoca carolingia, in cui
viene dato particolare risalto alla valorizzazione dei poli martiriali, concretamente e
ideologicamente, anche per opposizione alla politica imperiale iconoclasta bizantina e sulla scorta
di alcune linee direzionali in seno alla Chiesa Cattolica che culminano nel secondo concilio di
Nicea. Nel periodo in questione si rintraccia, soprattutto all’interno delle testimonianze scritte, una
peculiare incidenza della ripresa delle posizioni teologiche e dei passi paolini, in una sorta di
processo di riappropriazione dell’apostolo dell’Oriente, specie nel dialogo/scontro con Bisanzio. ...more |
| URI: | http://hdl.handle.net/2307/544 |
| Appears in Collections: | T - Tesi di dottorato Dipartimento di Studi storico-artistici, archeologici e sulla conservazione
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